4 cose importanti che la Roma ha dimostrato a Verona

02/12/2019 di Valerio Albensi

Non è stata la Roma dominante sul piano del gioco che Paulo Fonseca sta cercando di costruire settimana dopo settimana, ma la vittoria di Verona ci ha raccontato almeno un’altra delle sfumature possibili di questa squadra. I 90 minuti del Bentegodi, complessi come temevamo, hanno detto un po’ di cose importanti sul presente e sul futuro, al di là della classifica. Vediamo quali.

1. Meno possesso, i lanci su Dzeko, una strategia differente: la Roma sa adeguarsi al contesto

Ha detto Fonseca: «Abbiamo dovuto cambiare di molto il modo di pensare la partita. Il Verona è una squadra difficile da affrontare, è molto aggressiva: abbiamo preparato la partita con grande obiettività, sapendo che sarebbe stato più importante la ricerca della profondità velocemente rispetto a tenere a lungo il pallone. Non abbiamo fatto benissimo con la palla, ma abbiamo avuto un grande atteggiamento difensivo».

La Roma ha battuto il Verona perché è stata capace di adeguarsi al contesto e alle caratteristiche di un avversario che quando difende ricorda l’Atalanta di Gasperini. E perché il suo allenatore ha capito perfettamente quello di cui la squadra aveva bisogno, anche a costo di perdere qualcosa nel controllo del gioco. In una settimana, insomma, abbiamo visto tre diversi approcci alle partite, ma un unico risultato: la vittoria.

Al Bentegodi serviva una Roma più diretta per non farsi intrappolare nel fango della metà campo del Verona, dove Juric si aspettava di controllare i giocatori di Fonseca con le marcature a uomo.

Invece, a sorpresa, la Roma ha chiuso la partita con il minutaggio stagionale più basso di possesso palla (23 minuti e 29 secondi) e per lunghi tratti della partita, soprattutto nel secondo tempo, ha lasciato l’iniziativa all’Hellas.

Per risalire il campo, poi, il lancio di Pau Lopez per Dzeko è diventata un’opzione: il portiere ha cercato l’attaccante 11 volte durante la partita. Da questa situazione è nata l’azione che ha portato al gol di Kluivert. Con tutti i giocatori marcati a uomo, Lopez ha cercato Dzeko a centrocampo: il numero nove ha vinto un duello aereo e girato subito il pallone a sinistra per Kolarov.

A quel punto, i compagni hanno lavorato molto bene senza palla: Veretout ha aperto uno spazio centrale portando via Amrabat, mentre Pellegrini è venuto incontro per ricevere il passaggio, controllare e servire in profondità Kluivert, che poi ha segnato.

L’episodio del rigore invece è nato da una difesa posizionale nella quale la Roma aveva portato nove uomini a protezione degli ultimi 25 metri di campo mentre l’azione della rete di Mkhitaryan è cominciata con un rinvio lungo di Lopez da calcio di punizione e con una palla recuperata da Veretout sulla trequarti.

Lopez, tra l’altro, con 43 passaggi tentati è stato il secondo romanista dietro a Kolarov (49). E questo dato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, è un’ulteriore conferma di quanto sia importante oggi per la Roma avere un portiere capace di rivelarsi una fonte di gioco affidabile quando la partita lo richiede.

2. Se c’è da soffrire e fare a “sportellate”, la Roma c’è

Contro una delle squadre più aggressive, intense e fallose della Serie A la Roma ha tenuto botta con una disponibilità da provinciale. A 72 ore da un impegno importante come quello di Istanbul, la squadra di Fonseca ha dimostrato di non avere problemi a sostenere il doppio impegno. Il dato chilometrico va sempre preso con le pinze, anche perché va calibrato tenendo conto anche del possesso palla (che la Roma ha perso), ma i romanisti hanno fatto registrare il proprio chilometraggio totale stagionale più alto (114,70 km) e anche il record di chilometri ad alta intensità percorsi (10,72 km).

3. Cosa dà Pellegrini alla Roma

Lorenzo Pellegrini continua a viaggiare su medie di assist clamorose. A Verona ne ha realizzato un altro: da quando è rientrato, Roma-Brescia, in ogni partita ne ha fatto vedere almeno uno. Il totale stagionale è otto, sei in campionato e due in Europa League: una media di 0,88 ogni 90 minuti giocati.

Dire che c’è una Roma con Pellegrini trequartista centrale e una Roma senza è un’esagerazione e una semplificazione che non rende merito a chi, nelle ultime settimane, ha tirato la carretta soprattutto in un momento di grande difficoltà legata agli infortuni. Però fanno impressione i numeri della squadra nelle sette partite stagionali in cui Pellegrini è partito titolare in questo ruolo: sei vittorie e una sconfitta (contro l’Atalanta), 2,57 punti di media; 16 gol fatti, sei subiti.

Nelle restanti 12 con Pellegrini mediano o assente, il rendimento è stato decisamente meno brillante: quattro vittorie, sei pareggi, due sconfitte; 18 punti (1,5 in media); 20 gol fatti, 13 subiti.

Anche tenendo conto del valore complessivamente più basso degli avversari affrontati con Pellegrini trequartista centrale, è comunque una differenza netta.

Fonseca riuscirà a trovare un assetto per farlo convivere con Pastore? È una sfida intrigante.

4. I calciatori sono tutti coinvolti

Ieri anche chi nelle ultime settimane ha giocato di meno ha mandato un segnare importante all’allenatore. Da Santon, che a Istanbul era stato tra i migliori, a Perotti, che è entrato e ha contribuito con un gol e un assist. Fino a Mkhitaryan, che sta ritrovando la forma migliore dopo l’infortunio. Aspettiamo invece Cengiz Ünder.

Se la Roma oggi ha otto punti in più rispetto allo scorso anno, ma soprattutto ha ritrovato una fisionomia di squadra c’è un motivo principale: Fonseca ha creato un gruppo che funziona. L’allenatore, insomma, ha raggiunto il primo grande obiettivo della sua esperienza in Italia.

È questa è la base sulla quale costruire una grande stagione, come ci auguriamo.

Venerdì c’è il secondo grande esame di maturità dopo Istanbul, un test decisamente più complesso: affrontare la capolista Inter a San Siro. Ma questa sarà un’altra storia.