Caro mister, «uccidi il giocatore che è in te»

29/01/2019 di Patrizio Cacciari

Eusebio Di Francesco

Ci sono un paio di frasi dette da Di Francesco dopo il pareggio di Bergamo che mi hanno molto colpito. «Divento matto» e, soprattutto, quella in sala stampa: «Ditemi voi quello che devo fare». Non sono due dichiarazioni qualunque. Ci dicono molto del modo in cui Eusebio sta vivendo questo momento. DiFra non trova risposte all’atteggiamento della squadra. Probabilmente perché in buona fede il mister pensa ancora da calciatore.O meglio, pensa a come avrebbe risposto lui sul campo.

Te lo ricordi all’apice della sua carriera agonistica? Era un centrocampista duttile e molto generoso, tignoso, non eccelso tecnicamente, ma che grazie alla sua grande applicazione mentale e atletica è arrivato a conquistare la Nazionale. Di Francesco si aspetta questo dai suoi.

Si aspetta una risposta alla DiFra.

I suoi tormenti interiori, il suo dispiacere così marcato nel dopo partita, tradiscono una voglia di fare non ancora appagata. Il desiderio di veder tramutato in risultato concreto, i suoi concetti calcistici.

In un interessante monologo in 10 punti sul concetto di leadership che ho trovato in rete, e che potete ascoltare a questo linkJulio Velasco, commissario tecnico della Nazionale italiana di pallavolo maschile dal 1989 al 1996, attuale allenatore di Modena, con esperienze da dirigente sportivo e guru dello sport, mette a fuoco un passaggio chiave, in cui ho rivisto l’attuale situazione del mister.

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Cosa sostiene Velasco? Per esempio spiega che le difficoltà che incontrano molti ex giocatori a calarsi nel nuovo ruolo di allenatore sono molto più diffuse di quello che immaginiamo. Questo perché, soprattutto nel caso di campioni, in campo erano abituati a decidere le partite da soli.

Di conseguenza oggi fanno fatica nel convincere a fare, perché hanno ancora la convinzione inconsapevole di poter risolvere piuttosto che delegare.

Hai presente quando il mister dice «Ditemi voi quello che devo fare?». Sembra un po’ il preludio alla prossima mossa rivolta ai giocatori, quella del «Faccio prima a farlo io che a spiegarvelo». Su questo punto Velasco insiste molto e lo ritiene il momento più pericoloso nel rapporto tra un allenatore e la squadra. Lo avrai notato anche tu quanto Di Francesco soffra in panchina. A inizio stagione si è anche rotto una mano a causa di un pugno rifilato alla panchina. In alcuni momenti non riesce a gestire la rabbia. Fosse per lui, quando le cose non girano, la soluzione sarebbe quella di togliersi la tuta, infilarsi gli scarpini e scendere in campo.

Per Velasco invece la soluzione è un’altra, per certi versi scioccante, ed è quella di «uccidere il giocatore che è in te». Il più grande risultato di un allenatore non è quello di fare, ma di convincere un gruppo di lavoro a farlo. Secondo Velasco è necessario, per raggiugere questo obiettivo, annullare completamente la fase operativa da giocatore: «Non puoi prendere te come punto di riferimento per motivare gli altri. Litigherai continuamente perché tutto ti sembrerà poco».

Ora ripensa per un momento al grande lavoro che il mister chiede alla squadra, l’aggredire alto, il pressing, oppure quando disse a Schick che i due gol contro l’Entella andavano bene, ma che ne avrebbe potuti segnare anche altri.

Al punto 6 del decalogo Velasco dice: «Dite più spesso “bravo”. Ditelo anche ai bravi. Gli uomini hanno bisogno di riconoscimento» e poi racconta un aneddotto legato ad Andrea Zorzi, grande giocatore di quella che fu la Generazione di Fenomeni della pallavolo italiana: «Dissi ad Andrea Zorzi che se volevamo diventare i migliori del mondo non doveva migliorare in tutto, come pensava. Perché se avesse lavorato per migliorare un po’ tutto, saremmo diventati solo un po’ più bravi, invece noi volevamo diventare i più grandi. Feci capire a Zorzi che lui doveva diventare il migliore di tutti in attacco. Doveva concentrarsi su un obiettivo. Uno solo. Tutti i giorni, finché non si faceva un salto di qualità. Si allenava, guardava le statistiche, era diventato meticoloso, attento, era diventato il migliore». 

Cosa ottiene in questa maniera Velasco? Il riconoscimento del singolo, e di conseguenza la leadership del gruppo. «Il bravo leader ti porta oltre – spiega – Ti spinge a rischiare e a provare cose che non hai mai provato prima. Ti spinge anche in piscina se necessario, perché è consapevole che tu potrai dare il meglio e imparare a nuotare. Se siete leader, il vostro compito è quello di capire quale dei vostri collaboratori riuscirà a nuotare anche in una piscina con i coccodrilli dentro». I giocatori della Roma oggi si tufferebbero in una piscina piena di coccodrilli se fosse DiFra a chiederglielo?

Firenze è uno spartiacque

Domani è il primo vero spartiacque della stagione. La Roma a Firenze si gioca molto. In una situazione normale, uscire in gara unica contro questa Fiorentina farebbe “parte del gioco”. Il trend negativo del pareggio subito in rimonta a Bergamo ha cambiato le carte in tavola. La Roma non può sbagliare se vuole evitare di arrivare allo scontro diretto con il Milan di domenica sotto pressione. «Abbiamo pochissimi margini di errore», ha detto il mister oggi.

Il turnover è d’obbligo viste le squalifiche e gli impegni ravvicinati. In difesa probabilmente Santon farà respirare Karsdorp, Fazio si riprenderà il posto da titolare mentre a centrocampo è scontata la presenza di Nzonzi e Cristante, che contro il Milan non ci saranno a causa della squalificaFlorenzi potrebbe essere impiegato sulla destra, sempre che non venga tentata la carta Schick, mentre per il ruolo di incursore scalpita Pastore.

Il ruolo di Dzeko

Difficile in questa fase la rinuncia a Dzeko come centravanti. Il ruolo del bosniaco sarà centrale in questa seconda parte della stagione.

E non sto parlando solo del campo.

È sul rapporto tra Edin e DiFra che si tiene in piedi il delicato equilibrio tra lo spogliatoio e la panchina romanistaAl rientro da Bergamo i due hanno parlato molto, la speranza è che la saldatura del loro rapporto trascini fuori il resto della squadra dal guado. Edin si fida di DiFra, ha imparato ad apprezzarne l’onestà e la schiettezza. Ne riconosce il ruolo.

Dove può arrivare questa Roma? Lo sai anche tu. Può arrivare tra le prime quattro in campionato, può passare il turno in Champions e può andare avanti in Coppa Italia. Il potenziale tecnico c’è e le avversarie dirette sulla carta non sono superiori. Come può farlo? Ricercando un equilibrio: «La fortuna del calcio è quella di potersi rifare. Contro l’Atalanta abbiamo fatto un grande primo tempo e un secondo tempo deficitario sotto tutti i punti di vista e questo non ce lo possiamo permettere». La riflessione di oggi di Di Francesco è corretta, ma ora il mister deve trovare i motivi degli errori e accettarli. Solo così il processo di crescita del gruppo passerà attraverso l’apprendimento. Non è importante ciò che viene detto, ma quello che viene compreso. Guida tecnica e squadra devono trovare la giusta frequenza e sintonizzarsi sulle dolci note di una melodia conosciuta, anziché ballare sui rulli di tamburo dell’Atalanta di turno.


patrizio.cacciari@rudi.news
@PatCacciari

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