C’è un motivo se anche in Spagna e in America Latina amano la Roma come noi

18/04/2019 di Rudi

di FRANCESCO CANALE

C’era una volta la più amata dagli italiani e, mi sento di aggiungere, anche dagli spagnoli. Nel mondo dello spettacolo Raffaella Carrà è una sorta di Garibaldi contemporaneo dello spettacolo, passami il paragone, in grado di unire due mondi così vicini e allo stesso tempo così lontani. A livello calcistico questo ruolo spetta da anni alla Roma. Non tutti infatti sanno che è proprio la nostra squadra una delle più amate tra gli appassionati di fútbol di lingua e cultura ispanica.

Come sottolineato la scorsa settimana da Marco Bellinazzo su Il Sole 24 ore, la Roma aspira a «essere la seconda squadra di tutti» grazie alle vittorie ottenute attraverso un calcio propositivo e alla valorizzazione del brand. Se nel primo caso ancora non ci è riuscita, molto lavoro è stato invece fatto nel secondo. Nel mondo ispanico la dirigenza romanista può contare su una fidelizzazione verso i colori giallorossi che si è cementata nel corso degli ultimi 40 anni.

La Roma ha sempre ispirato una certa simpatia tra le grandi tifoserie spagnole. Sarà perché i supporters di Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid e Valencia non avrebbero mai potuto “tifare” per Inter, Milan e Juventus, ossia le loro tradizionali avversarie nelle coppe europee. Questo fattore non basta però a spiegare il perché la Roma sia per molti la seconda squadra. Da questo punto di vista gli anni ‘80 hanno rappresentato uno snodo fondamentale.

Lo spartiacque è il 1982. In Spagna si giocano i Mondiali di calcio, una vetrina senza precedenti per i calciatori giallorossi. La Roma di Dino Viola in quegli anni assume una dimensione internazionale. Quella squadra si converte in una fusione perfetta tra i giocatori della nazionale campione del mondo (Conti e successivamente Graziani) e i fuoriclasse di uno tra i migliori Brasile della storia, che peraltro viene sconfitto nella mitica partita dello stadio Sarrià proprio dall’Italia. La cavalcata trionfale degli uomini di Bearzot si conclude con il trionfo del Bernabeu in cui il nostro Brunetto incanta il pubblico con giocate da fuoriclasse. Nell’immaginario collettivo quella vittoria ha un impatto straordinario.

È allora che la squadra allenata da Nils Liedholm diventa un punto di riferimento per un’intera generazione di calciofili spagnoli. «Una squadra poco italiana – afferma David, giornalista sportivo – che aveva il capocannoniere della Serie A (Roberto Pruzzo), giocava un calcio fantastico e poteva contare su tre brasiliani: Cerezo, Falcão e Bruno Conti, un brasiliano travestito da italiano».

Anche le sconfitte paradossalmente rappresentano un elemento in grado di generare empatia verso la squadra capitolina. Nella stagione 1983/84 la Roma sfida in finale di Coppa dei Campioni il Liverpool, vincitore tra il 1976 e il 1981 di tre Coppe dei Campioni grazie ad una generazione di calciatori eccezionali (Souness, Dalglish, Hansen, Neal, Heighway, Clemence, Grobbelaar, Whelan, Rush). Di lì a poco quella disfatta ai calci di rigore avrebbe finito per produrre una sorta di immedesimazione inconscia tra i tifosi del Barça.

Due anni dopo infatti i blaugrana perdono “in casa” la loro prima finale di Coppa dei Campioni a Siviglia contro la Steaua Bucarest proprio ai rigori. La celebrazione del portiere romeno Duckadam dopo i quattro penalty parati richiama alla mente il balletto sulla linea di porta di Grobbelaar per innervosire Graziani.

Un dettaglio non insignificante, un elemento familiare che unisce per anni Roma e Barcellona nel ricordo della sconfitta. I catalani inoltre hanno sempre ammirato la fedeltà dei giocatori alla maglia. Dal 1982 in poi a Roma si sono susseguiti una serie di grandi calciatori che hanno legato indissolubilmente il proprio destino alla casacca giallorossa, da Bruno Conti a Giannini fino ad arrivare a Francesco Totti. Che non a caso ha preferito essere profeta in patria che trionfatore all’estero.

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Totti e il Real

Proprio il nostro Capitano rappresenta il grande rimpianto dei tifosi del Real Madrid e il grande cruccio del suo presidente Florentino Perez. Per sua stessa ammissione Totti nel 2004 fu vicinissimo al trasferimento al Real dei Galácticos. Tuttavia il rifiuto di Totti non ha mai generato risentimento nelle Merengues. Al contrario, i Blancos ne hanno sempre apprezzato la grandezza come calciatore e como uomo, sottolineandone la scelta d’amore, l’aver anteposto i sentimenti verso la propria squadra del cuore alla possibilità di vincere tutto in un altro contesto.

«Avevo 7 anni e conoscevo poco la Roma e la sua storia. Capello aveva allenato anche il Real e poi c’era un certo Totti, che secondo mio padre ogni qual volta veniva al Bernabeu distruggeva il Real Madrid – racconta Borja, tifoso valenciano legato anche al Real da motivi familiari – . Ebbi la possibilità di conoscere il Capitano durante un viaggio a Roma, parlammo per 20 minuti e mi regalò una sciarpa che ancora conservo gelosamente. La Roma è la mia squadra del cuore insieme al Valencia. Il giorno che si è ritirato Totti ho pianto tantissimo, come per la finale di Champions persa dal Valencia. Ma la sensazione era differente: quel giocatore che vestiva la maglia numero 10 non avrebbe mai più giocato a calcio lasciando un vuoto enorme».

Dalla madrepatria Spagna al mondo latinoamericano il passo è breve se hai un ambasciatore come Francesco Totti. Me ne sono reso conto nel 2004, in vacanza a Cuba. Una partitella improvvisata per strada con alcuni ragazzi si converte rapidamente in una celebrazione del Capitano: «Come te llamas? Francesco? Eres romano? Ah, como Totti». E lì giù a ridere sotto i baffi pensando a chi sostenevano che fosse conosciuto solo all’interno del GRA…

In Centro e Sudamerica il richiamo del Capitano è più forte che mai. Insieme a Totti, nell’anno dello scudetto, giocava un certo Gabriel Omar Batistuta:  «Un giorno mi regalarono la maglietta del nostro centravanti, non la casacca dell’Albiceleste, bensì quella della Roma. Mi innamorai subito del suo stile, dei suoi colori e del suo stemma – sottolinea Pablo, di sangue xeneize ma romanista di adozione -. Ogni giorno che passava volevo conoscere la storia di quel club romano». Oggi Pablo porta i segni indelebili della romanità e ha due figli. Sapete come li ha chiamati? Gianluca e…

Francesco, ancora lui. Motivo di ispirazione per tanti argentini: «Sono diventato tifosissimo della Roma per colpa di un signore chiamato Totti – aggiunge Sergio, uno dei tanti porteños che frequenta abitualmente il Roma Club Buenos Aires – . Fino al 2006 la Roma mi era totalmente sconosciuta. Dopo la vittoria dell’Italia in Germania ho cominciato a scoprire quella squadra e ciò che rappresentava il Capitano. Ho iniziato a vederne le partite e senza rendermene conto ero un fanatico della Roma, cosa che mi è successa solo con la mia squadra argentina, l’Atletico Huracan».

Sergio, Pablo e Borja sono l’esempio vivente di come l’amore per la squadra del cuore possa convivere con la passione per la Roma. E come loro per il mondo ce ne sono tanti altri che si ritrovano nei bar ogni fine settimana per non far mancare il proprio sostegno alla Loba, dal quartiere Palermo di Buenos Aires all’Eixample di Barcellona. Un amore che non conosce confini e barriere capace di creare un’atmosfera unica. Magica, proprio come la Roma!

@FrancescoCanale

Francesco Canale è un giornalista professionista. Vive e lavora a Barcellona da molti anni, ha studiato il catalano e insegna lingua spagnola. È un attento conoscitore delle dinamiche calcistiche e culturali ispaniche. Questo è il suo primo pezzo per Rudi.