Cercasi Patrik Schick disperatamente

29/11/2018 di Valerio Albensi

Patrik Schick

Patrik Schick finora è stato schierato quattro volte come centravanti titolare e c’è un dato che mi ha colpito. È il numero di palloni giocati nei 329 minuti in cui è rimasto in campo: 85. Vuol dire che ha toccato la palla una volta ogni quattro minuti (3,87 per essere precisi).

Prova a immaginare quante cose possono succedere in campo in un intervallo così lungo, una porzione di partita in cui l’attaccante della Roma è entrato nel vivo dell’azione una sola volta.

Ed è un’aggravante il fatto che almeno tre delle quattro partite in questione (contro Frosinone, Sampdoria e Udinese) sono state interpretate dalla Roma con una mentalità offensiva o addirittura ultraoffensiva: sono le occasioni in cui, in teoria, un attaccante dovrebbe farsi vedere di più; sono le partite che dovrebbero alzare la media di Schick nel confronto con Dzeko, che di palloni ne gioca uno ogni due minuti e mezzo (2,56).

Questo dei palloni giocati è un indicatore che può aiutarci a inquadrare meglio i problemi di Schick, nei giorni in cui molti romanisti si interrogano sulle sue reali qualità.

In questa Roma che è la somma di tante piccole difficoltà dei singoli, c’è una crisi d’identità che dura da quasi un anno e mezzo:

che giocatore è Patrik Schick?

Oggi è un calciatore capace di numeri eccezionali (ricordi il gol segnato una settimana fa in nazionale?) e un talento per me indiscutibile. Ma anche un attaccante che non sa interpretare il ruolo di punta centrale in maniera efficace, almeno nella Roma: non è un punto di riferimento in campo per i compagni e non riesce a fare i movimenti giusti per ricevere il pallone. 

Le zone di tiro di Schick.

Le zone di tiro di Dzeko.

E di conseguenza ha poche occasioni per incidere. Patrik soffre il corpo a corpo con i difensori, la marcatura stretta: nella Sampdoria, Quagliarella faceva il lavoro sporco e lui aveva la possibilità di svariare sul fronte dell’attacco mettendosi spesso nelle condizioni di ricevere il pallone per puntare la porta.

Così Schick può dare il meglio. Da supporto, con la faccia rivolta verso il portiere avversario. 

Come punta centrale soffre, non è questa la sua natura. Dzeko è diventato maestro nel costruire l’azione e nell’aprire i varchi per l’ingresso in area delle due ali. Edin sa come posizionarsi per andare al tiro, leggere l’azione: ha una media di 4,47 conclusioni a partita di cui 2,21 in porta (mi riferisco sempre agli incontri in cui è partito titolare); il suo problema è che raccoglie troppo poco rispetto a quello che semina. In campionato Dzeko ha segnato appena due gol contro un valore di Expected Goals di 5,97 (è l’indicatore che rappresenta il potenziale offensivo prodotto da una squadra o da un calciatore in base alle occasioni da rete). Nei duelli con i difensori, il numero nove si fa sentire: ne vince in media sei a partita.

Schick arriva al tiro con una frequenza più bassa (2,75 tiri in media nelle quattro partite) e vince quattro duelli su undici a gara.

Il problema di questo ragazzo che a gennaio compirà 23 anni è che la Roma ha un piano tattico definito in cui o fai la punta o fai l’esterno. 

Schick non è un’ala, non è un vice-Dzeko ideale e Di Francesco non prevede di affiancare una seconda punta in appoggio al centravanti titolare. DiFra non cambierà la squadra per lui.

E allora il destino di Patrik in questa Roma è già scritto?

No, perché la prova contro il Real Madrid ci dice che Schick sta provando a lottare.

E poi c’è il talento, variabile che può cambiare da non sottovalutare. Quel talento che convinse Monchi a portare a Trigoria l’attaccante rivelazione della Serie A, nonostante i dubbi di natura tattica, e che oggi rappresenta la carta più alta in mano a Di Francesco per cercare di battere l’Inter e forse salvare se stesso.

VALERIO ALBENSI
valerio.albensi@rudi.news
@ValeAlb

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