Come giocava la Roma 1982-83? Prima parte: creare e collaborare

20/03/2020 di Valerio Albensi

Nils Liedholm

C’è una squadra mitica di cui conosciamo praticamente tutto: i campioni, le partite e i gol più belli, le dichiarazioni dei protagonisti. È la Roma allenata da Nils Liedholm che nella stagione 1982-83 vinse uno storico scudetto, il secondo della storia romanista. Una squadra che quelli della mia generazione (sono nato nel 1983) hanno imparato ad amare grazie ai racconti dei genitori e attraverso i libri, i video e il materiale che troviamo in rete.

Su un aspetto però si è scritto poco e questo mi ha sorpreso, visto che quella Roma passò alla storia anche per la qualità del suo calcio. Come giocava la Roma di Liedholm? Da un punto di vista tattico, quali erano i suoi punti di forza? Ho sfruttato un po’ del tempo che stiamo trascorrendo a casa per guardare alcune delle partite di quella stagione, quelle che sono riuscito a trovare integrali.

Ho visto un calcio bellissimo: gli spunti sono tantissimi per questo spalmerò questo pezzo in più puntate, per cercare di trattare tutti gli argomenti in profondità.

Cominciamo dal percorso fatto da quella Roma.

Il gruppo che nel 1983 riesce a vincere lo scudetto è il prodotto di un processo iniziato quattro anni prima, quando sulla panchina della Roma era tornato Nils Liedholm, convinto da Dino Viola dopo avere vinto con il Milan il tricolore della stella. Nell’estate del 1979 l’allenatore aveva preso in mano una squadra che nella stagione precedente si era salvata con grandi difficoltà ed era riuscito a portarla alla vittoria della Coppa Italia al primo anno. Grazie all’intesa totale con il presidente Dino Viola, Liedholm aveva costruito di anno in anno un gruppo composto da un’intelaiatura di giocatori maturati insieme (Tancredi, Nela, Di Bartolomei, Ancelotti, Conti, Pruzzo) e a questa struttura aveva aggiunto campioni di esperienza (Falcão e Maldera), giovani interessanti (Righetti, Faccini e Valigi) e giocatori importanti anche solo per una stagione (Prohaska, Vierchowod e Iorio).

Questo processo raggiunge lo stadio più avanzato l’8 maggio del 1983 e non è un caso se Paulo Roberto Falcão quel giorno coglie l’occasione per rivolgere un pensiero ai calciatori come Turone, Scarnecchia e Santarini, ex compagni che hanno percorso una parte del cammino.

L’estate del cambiamento

Torniamo allora all’estate del 1982. La Roma riparte dall’entusiasmo che si respira in Italia dopo i Mondiali di Spagna, un successo nel quale Bruno Conti è stato tra i giocatori decisivi, e si raduna con la consapevolezza che grazie a un mercato intelligente la rosa è di sicuro più profonda e competitiva, all’altezza di campionato, Coppa Italia e Coppa Uefa.

Nella stagione precedente, la squadra aveva ottenuto un buon terzo posto dietro alla Juventus e alla Fiorentina, ma era stata deludente nelle coppe. Quella Roma ambiziosa aveva ancora dei limiti evidenti: una fase realizzativa che contava troppo sulle prestazioni di Pruzzo e Conti (sette partite su 30 chiuse senza segnare reti) e che aveva penalizzato la squadra soprattutto in casa (21 punti su 30, sei in meno della Fiorentina e quattro della Juve); una fase difensiva fragile (29 reti subite) e una difesa che mostrava incertezze nell’applicazione dei principi della zona.

Restiamo sulla difesa perché è su questo punto che nel ritiro di Riscone di Brunico il Barone costruisce la Roma campione. Liedholm cambia quasi tutto. Conferma solo Sebino Nela, nel ruolo di terzino destro, mentre gli altri tre giocatori del reparto cambiano: Dario Bonetti, lo stopper, lascia il posto a Pietro Vierchowod, arrivato in prestito dalla Sampdoria; a Luciano Marangon, terzino sinistro, subentra Aldo Maldera, difensore di grande esperienza che l’allenatore svedese conosceva molto bene dai tempi del Milan. Ma la grande novità è un’altra e fa discutere. È un’intuizione tattica che Liedholm difende con sicurezza e autorevolezza, soprattutto dopo i primi test non proprio rassicuranti.

La leadership di Maurizio Turone, che va per i 34 anni, è in discussione e, in base alle ricostruzioni dei quotidiani, il rapporto con Liedholm non è più così saldo. L’allenatore nel ruolo di libero, a sorpresa, propone Agostino Di Bartolomei dopo alcune amichevoli estive (la prima volta, stando alle cronache dei quotidiani, è Padova-Roma 2-4 del 10 agosto 1982). Ed è una scelta coraggiosa, controintuitiva, perché Ago di mestiere aveva sempre fatto il centrocampista fino a quel momento. Una mossa che, inevitabilmente, viene accolta con scetticismo da una parte della stampa e dei tifosi.

In molti si chiedono se è davvero così saggio rinunciare a un libero più difensivo e, potenzialmente, rendere più fragile una difesa che veniva da una stagione non felicissima. Ci sono poi dubbi su quanto sia utile allontanare dalla porta uno con il tiro di Di Bartolomei e su quanto sia sostenibile un reparto nel quale l’unico giocatore con spiccate attitudini difensive è Vierchowod.

Creare e collaborare

Sono domande che circolano anche all’interno dello spogliatoio. Qualche mese dopo, Di Bartolomei dichiarerà: «In agosto incontravo molte difficoltà – sono le parole riportate dal quotidiano La Stampa il 23 ottobre 1982 -. Non è che siano cadute tutte le remore, ma cominciavo a divertirmi anche con questi compiti che sono diversi da quelli che svolgevo una volta. I compiti sono diversi, assai meno divertenti, più impegnativi. Ora man mano mi sto adattando. Ho ancora qualche indecisione, ma mi pare di progredire partita dopo partita».

Una delle dichiarazioni successive aiuta a capire meglio le ragioni di Liedholm: «Voglio creare un tipo di libero adatto alla mia personalità – spiega Di Bartolomei -. Non sono un difensore, e quindi parto con la convinzione di poter creare gioco, aiutare i compagni nella costruzione, e ripiegare soltanto in caso di necessità. Intendo essere un libero che crea, non che distrugge».

via GIPHY

Questa sarà la sua funzione chiave: Di Bartolomei interpreterà quel ruolo con la sua sensibilità tattica, spostandosi agevolmente tra difesa e centrocampo a seconda delle situazioni, delle necessità e degli avversari. Sarà l’uomo che migliorerà la costruzione della Roma e la gestione della palla dei difensori, il giocatore che attirerà su di sé la prima pressione degli avversari, che consentirà a Liedholm di poter schierare contemporaneamente Falcão, Prohaska e Ancelotti titolari a centrocampo.

Il Barone, probabilmente, si rende conto che per attuare la sua zona ha bisogno di giocatori diversi, meno orientati a giocare sull’uomo e più portati a contribuire a tutte le fasi del gioco. Vuole che la sua squadra abbia un maggiore possesso della palla, che gestisca il ritmo accelerando quando serve. Che i giocatori sappiano difendere e attaccare, così come il calcio olandese aveva insegnato al mondo pochi anni prima.  «La zona è un gioco di pazienza: bisogna lavorare con il cervello, in continuazione. A differenza del gioco a uomo, dove devi correre dietro all’uomo e pensare solo a fermarlo, nella zona devi costruire, entrare nel gioco e, in fase difensiva, essere sempre pronto a collaborare con il resto della squadra», dice in una breve intervista di quegli anni.

«Collaborare», «costruire», «creare». Sono concetti nuovi per il calcio italiano in quel periodo, principi che oggi sono la norma.

Liedholm vuole vincere a modo suo, attraverso un gioco collettivo che superi la difesa e il contropiede. Vuole vincere dimostrando che esiste un’altra via rispetto al “gioco all’italiana”, a quella zona mista che stava facendo le fortune della Juventus di Trapattoni e che ormai era diventata lo standard per quasi tutte le squadre di Serie A.

Il contesto tattico

In quel momento, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, quasi tutte le squadre del campionato stavano adottando l’impostazione tattica che era stata ribattezzata “zona mista”. Era l’evoluzione del “catenaccio” che aveva fatto la fortuna del Milan di Nereo Rocco e dell’Inter di Helenio Herrera, ma che era stato messo in crisi dal diffondersi in Europa dei sistemi che prevedevano la marcatura a zona anziché a uomo. Tecnici come Gigi Radice (a metà degli anni Settanta, al Torino) e Giovanni Trapattoni aggiornarono il “gioco all’italiana” da una parte utilizzando come libero un giocatore più abile nel gestire la palla (Caporale o Scirea, per esempio), e integrando il sistema di marcature a uomo tipico del nostro calcio con alcuni principi della marcatura a zona.

Questo era uno schieramento tipico di quegli anni.

In questo sistema, che può ricordare un 4-4-2 asimmetrico, il terzino destro (2) e lo stopper (5) conservavano compiti di marcatura a uomo; il libero (6) “marcava la palla”, era il giocatore che interveniva quando gli attaccanti avversari sfuggivano ai difensori e aveva compiti di impostazione; il terzino sinistro (3), detto fluidificante, era quello che aveva compiti di spinta anche perché, come avversario in fascia, in genere trovava un’ala tornante (7), chiamata a dare equilibrio con i suoi movimenti sia in fase offensiva sia difensiva; a centrocampo, il mediano (4) aveva compiti prettamente di copertura e spesso marcava a uomo il dieci avversario; la mezzala (8) faceva da raccordo tra centrocampo e attacco mentre il regista (10) aveva più libertà offensiva e compiti di rifinitura; in attacco, l’ala sinistra (11) giocava di solito a sostegno del centravanti (9).

Nella “zona mista” terzino destro, stopper e mediano giocavano quasi sempre a uomo, gli altri marcavano a zona.

Questa, per esempio, era l’impostazione della Nazionale campione del mondo e della Juventus del Trap.

La via del Barone

Liedholm, in quegli anni, introduce però alcune varianti innovative, che preparano il terreno sul quale crescerà una nuova generazione di tecnici. E nella stagione 1982-83 schiera la Roma con un modulo che somiglia molto a un 1-3-3-3, una specie di 4-3-3 con Di Bartolomei leggermente più arretrato rispetto a Vierchowod.

Il Barone non rinuncia al libero, ma lo sfrutta principalmente come regista difensivo sia per quanto riguarda la costruzione sia per l’applicazione della tattica del fuorigioco. Va detto che schierare un libero aveva molto più senso rispetto a oggi anche perché era diversa la regola del fuorigioco: prima della riforma del 1990, infatti, un giocatore era considerato in posizione irregolare anche se era in linea con l’ultimo uomo (portiere escluso) e questo costituiva un piccolo vantaggio per le difese.

Sulle differenze tra la zona di Liedholm e quella di Arrigo Sacchi c’è un interessante passaggio del libro “La piramide rovesciata” di Jonathan Wilson. «La mia zona era qualcosa di diverso – sono le dichiarazioni di Sacchi riportate nel libro -. La marcatura passava da un giocatore all’altro quando l’avversario in attacco si spostava tra le varie zone del campo. Nel sistema di gioco di Liedholm la base era la zona, ma in realtà era più una zona mista, perché un giocatore doveva comunque marcare a uomo all’interno della propria zona».

Al di là delle sfumature, va comunque riconosciuta a quella Roma la capacità di non uniformarsi, di trovare una via per arrivare alla vittoria anche attraverso un gioco più propositivo. Anche in Italia.

I frutti di questo lavoro però non arriveranno subito e nei primi mesi la Roma non convincerà del tutto, pur raggiungendo in fretta la testa della classifica. Sarà proprio la difesa ad avere bisogno di tempo per migliorare i meccanismi e trovare una propria stabilità, come vedremo nella seconda parte.