Come i romanisti hanno vissuto l’omicidio di Vincenzo Paparelli

28/10/2019 di Patrizio Cacciari

C’è poco da aggiungere sulla dolorosa storia di Vincenzo Paparelli. Oggi sono 40 anni precisi dal suo omicidio, 28 ottobre 1979. Un razzo sparato dalla Curva Sud attraversa il campo e finisce in faccia al tifoso della Lazio, allo stadio con la moglie per seguire la partita, che muore sul colpo. Inutili i tentativi di salvarlo da parte di chi gli stava intorno.

Non è il primo caso di tifoso morto allo stadio. Il 28 aprile del 1963 Allo stadio “Vestuti” di Salerno si gioca Salernitana-Potenza, decisiva per la promozione in Serie B. A causa di un rigore non concesso i tifosi campani invadono il campo, scoppia una guerriglia e un poliziotto spara un colpo in aria: il proiettile raggiunge sugli spalti Giuseppe Plaitano, 48 anni tifoso della Salernitana, che muore.

Vincenzo Paparelli è il primo tifoso ucciso da un altro tifoso. Il suo assassino è Giovanni Fiorillo, ultrà della Roma, conosciuto in curva, soprannominato Tzigano. Fiorillo ha 18 anni, fa lavori saltuari, ma segue sempre la Roma. Sette mesi prima della tragedia era stato nella redazione de Il Messaggero per un’intervista. Si era presentato, insieme al suo amico Geppo, per raccontare il punto di vista di un ultras sulla violenza negli stadi. Il giornale decise di non pubblicare il pezzo visti i toni utilizzati. Ma poi lo fece nell’edizione del 31 ottobre, tre giorni dopo la morte di Vincenzo. E’ un documento assolutamente sconvolgente che ho ritrovato facendo alcune ricerche. Lo trovi qui.

In un passaggio dell’intervista Tzigano risponde così alle domande del giornalista:

– Anche la violenza, gli incidenti, è solo opera vostra?
Anche tu pensi che siamo solo dei teppisti, dei delinquenti, non è così. Quando ci sono incidenti non è detto che siamo noi a provocarli. Ti giuro noi abbiamo sempre solo reagito alle provocazioni.
-Però qualcuno va armato allo stadio?
Io no e neppure gli amici miei. Coi laziali non servono i bastoni, le pistole, i pugni di ferro. Quelli “se cacano sotto”! So’ tutti fascisti, fanno bu-bu e poi scappano.

Il 28 ottobre allo stadio ci va armato. Con dei razzi autoesplodenti anti-grandine: cilindri da 20 centimetri di lunghezza e 4 di diametro capaci di percorrere traiettorie superiori ai 250 metri. Con due amici ne porta addirittura tre. Il primo finisce oltre il tabellone, il secondo uccide Vincenzo Paparelli. Il terzo non viene sparato. All’Olimpico succede il finimondo, la partita si gioca lo stesso in un clima surreale per evitare ulteriori tensioni e finisce 1-1. In città si scatena la guerriglia.

Nei giorni successivi gli autori del gesto vengono identificati, ma Tzigano riesce a scappare e dopo aver vagato per l’Italia si rifugia in Svizzera. Da latitante nel dicembre del 1980 rilascia anche una famosa intervista a Giallorossi: «Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch’io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza», dice a un certo punto. Tutta l’intervista la trovi qui (se il sito di Lorenzo Contucci non si dovesse aprire a questo link, allora prova qui).

Si costituisce solo a gennaio del 1981. Il suo processo dura 6 anni e viene condannato in via definitiva a 6 anni e 10 mesi, come un altro dei suoi compagni. Il terzo riceve una condanna a 4 anni e 10 mesi. Giovanni Fiorillo muore di overdose il 24 marzo del 1994 a 33 anni.

 

Il ricordo del figlio di Vincenzo

Oggi il figlio di Vincenzo, Gabriele Paparelli è intervenuto a Radio Due. Il ricordo di quel giorno, le sue parole su quello che ha vissuto la sua famiglia sono drammatiche. Mi sembra doveroso riportare interamente la sua testimonianza. Quello che ha vissuto questo ragazzo è un dolore inimmaginabile per la maggior parte di noi:

«Quando il destino si accanisce non puoi scappare, quel giorno noi dovevamo andare al paese, siamo di Valmontone, capitava che andavamo tutti quanti per fare questi bellissimi megapranzi. C’era questo derby ma pioveva, allora papà decise di rinunciare alla partita e venire con noi al paese. Purtroppo è uscito un raggio di Sole e papà, laziale come era, ha preso subito la palla al balzo e decise di andare allo stadio. È andato tra le lacrime mie che volevo assolutamente andare con lui, avevo 8 anni ma ero abituato ad andare allo stadio con lui, andavamo tutta la famiglia. Invece mi disse che in quell’occasione sarebbe potuto essere pericoloso e che mi avrebbe portato la prossima volta. Non avevamo mai visto dei derby insieme, sempre partite abbastanza tranquille. Posso dire che quella volta mi ha salvato la vita.

[…] Conosco tante persone che da quel giorno non sono più andate allo stadio, quindi è cambiato totalmente il mondo dello sport perché non è possibile che si muoia addirittura dentro lo stadio. Purtroppo non ho mai potuto “godermi” in santa pace la morte di mio padre, so che è una cosa forte però una persona nell’intimità cerca di sopperire i dolori e li tira fuori soltanto quando vuole. La perdita di un genitore è sempre un dolore forte, però poi sentire o leggere sui muri insulti rivolti a tuo padre, cori allo stadio, è diventato un incubo perché non siamo stati più padroni di vivere tranquillamente la morte di mio padre. Ogni giorno dovevamo combattere con una scritta, al punto che io giravo sempre con la mia bomboletta sotto al motorino per cancellarle perché se mia madre le vedeva era la fine della giornata».

 

Il tifo della Roma dopo l’omicidio Paparelli

Per i ragazzi del Commando quelli successivi all’omicidio di Paparelli sono giorni difficili. Il gruppo è bandito dallo stadio, il materiale vietato. Improvvisamente chi organizza il tifo diventa un appestato. Significativa la testimonianza contenuta nel libro autoprodotto per il 12° anno del Cucs. E’ il 1989, dieci anni dopo la tragedia:

 

Il Commando era un bambino appena nato, piccola creatura dalle guance rosse ,piena di salute e di voglia di vivere.Te la vedi crescere sotto gli occhi, sempre a posto e sempre più bella; poi improvvisamente, senza una ragione precisa, te la vedi morire tra le braccia e tu non puoi fare altro che urlare di rabbia e di paura. Quel giorno e i seguenti li ricorderemo come i più drammatici: titoli cubitali sui giornali, l’angoscia di trovarsi di fronte ad una situazione più grande di noi che non capivamo.
Tutto il paese ad urlarci assassini, i quotidiani che ci definivano banda armata, il tutto nell’impotenza del non sapere che fare…
Quegli stessi momenti però, ci fecero capire chi veramente credeva nel gruppo e nell’amicizia che con grandi sforzi avevamo costruito. E oggi da quell’esperienza abbiamo tratto insegnamenti che mai più scorderemo. Uscivamo da una stagione difficile quella 78/79, da una salvezza strappata con i denti. La squadra era un disastro ma noi conoscemmo forse il nostro periodo di gloria. Eravamo i migliori e non è certo la presunzione a farci parlare. I gruppi di tutta Italia ci invidiavano e ci imitavano, molti venivano a Roma per vedere da vicino cosa eravamo capaci di fare. Il tifo era una voce sola, l’unione era perfetta, i nostri tamburi rullavano come mai in passato. Forse fu proprio dall’entusiasmo del popolo giallorosso che prese il via alla stagione del rinnovamento. Il 1979 fu l’anno della svolta. Il presidente Anzalone lasciò la guida della società: al suo posto uno sconosciuto, almeno per noi che rispondeva al nome di Dino Viola. Avevamo grandi progetti, iniziavano i primi timidi colloqui con il nuovo presidente, ma tutto fu irrimediabilmente spezzato nel derby del 28 ottobre 1979: Vincenzo Paparelli un tifoso della Lazio fu ucciso da un razzo sparato dalla curva sud. Via i tamburi,via gli striscioni; i nostri slogan? Apologia di reato! Il nostro nome? Banda armata! Per noi tutte le serrande abbassate non ci conosceva più nessuno.Chi eravamo? Strati sottoproletari di gioventù violenta. Ma chi ha dato a tutti noi la forza di continuare?
Chi il coraggio di subire interrogatori e processi d’opinione?
La convinzione di essere innocenti e nient’altro.
La successiva partita in casa fu Roma-Ascoli; eravamo in pochi, circondati da poliziotti in borghese, uno stadio gelido un pubblico freddo. L’unica voce, l’unico coro era il nostro, urlato con tanto coraggio, con la consapevolezza di continuare a cantare e a stare su quel muretto che tanto aveva significato per noi. Avevamo trascorso tutto l’anno senza il nostro striscione, messo sotto sequestro. Al suo posto una frase: Forza ragazzi la sud è con voi! Anche sciarpe e magliette con il nostro marchio avevano il divieto di ingresso. Ci avevano preso anche i tamburi, restavamo solo con voce e mani a difendere la squadra.
In semifinale (Coppa Italia Roma-Ternana) il COMMANDO ULTRA’ scese in sciopero chiedendo almeno la restituzione dei tamburi; la battaglia fu vinta a metà (niente tamburi ma sì ai fumogeni) tanto che il giorno della finale col Torino segnò anche il ritorno di un tifo organizzato.

 

Il Commando così torna a cantare e la Curva Sud a fare il tifo. Ma negli anni a seguire si diffonde purtroppo tra la tifoseria romanista un coro spregevole che insulta la memoria di Paparelli. Non è goliardia, non è solo una provocazione, ma violenza verbale, odio e stupidità. Sui muri del Verano ogni anno compaiono scritte oltraggiose. A volte purtroppo anche allo stadio vengono esposti striscioni vergognosi. Poi per fortuna tutto sembra svanire. Anche delle odiose scritte se ne leggono sempre meno (ma qualche idiota resiste ancora oggi). Nel 1999 in Curva Sud viene esposto uno striscione: Oltre i colori, rispetto per Paparelli. E’ la prima volta, ci sono voluti 20 anni.

 

Oggi ne sono passati altri 20 e la storia di Vincenzo Paparelli è ancora una ferita aperta. Si è letto e si continuerà a leggere molto sulla sua  morte. Tra i lavori migliori vi segnalo questo articolo di Franco Recanatesi uscito sul Corriere dello Sport di domenica 27 ottobre e il documentario a cura di Matteo Marani, proposta da Sky in questi giorni. Si intitola Roma Violenta e oltre a raccontare la storia di Vincenzo e della sua famiglia, contestualizza la tragedia nel clima di odio e paura che si respirava in quegli anni per le strade di Roma. Omicidi, violenze di piazza, estremismi politici, facevano parte del vissuto quotidiano di ogni romano, altro che buche e rifiuti.

Tra i documenti più significativi tuttavia c’è una vecchia puntata del programma Sfide (la trovi qui), con la testimonianza della signora Vanda Dal Pinto, la moglie, scomparsa nel 2011 all’età di 61 anni. E’ davvero struggente.

Riposa in pace Vincenzo.