Dietro quel muro c’è qualcuno che gioca a calcio

12/06/2019 di Patrizio Cacciari

Lasciare il proprio documento e il telefono nel gabbiotto all’entrata sono le prime cose che ti chiedono prima di entrare in un carcere, anche se sei un ospite o un giornalista accreditato. Una volta dentro intorno c’è solo un muro invalicabile. 

Perdere l’identità in un non luogo, per noi oggi abituati ad averne anche una digitale di identità, è un evento che sconvolge l’io esistente. Accade in maniera brutale, perdendo le relazioni, la capacità di comunicare. Da quel momento in poi si fa necessario costruire una nuova rete sociale, con nuovi codici e un nuovo linguaggio. L’obiettivo diventa quello di tornare a esistere come individuo, accumulare nuove esperienze, ridefinire i propri spazi mentali.  Non è stato ovviamente il mio caso, ma è l’esperienza di chi, una volta dentro, non è più in grado di stabilire quando uscirà.

Come avrai capito, ieri sono entrato nel carcere di Rebibbia, sezione femminile. L’occasione è stata il torneo “Siamo tutte calciatrici”, un triangolare di calcio a 5 che si è giocato ieri mattina sotto a un sole cocente tra una squadra mista di operatori della casa circondariale, una rappresentativa femminile di Uniroma3 e l’Atletico Diritti, la squadra delle ragazze del carcere che da ottobre ha iniziato un percorso sportivo formativo grazie al progetto dell’Associazione Antigone.

L’abbraccio con le ragazze della Roma

Al torneo ha assistito il Presidente della Camera Roberto Fico, una rappresentanza dell’Associazone Italiana Calciatori e poi c’erano anche tre volti dell’AS Roma Femminile, Claudia Ciccotti, Federica Di Criscio e Camilla Labate, che hanno premiato la squadra vincitrice del torneo, l’Atletico Diritti.

E’ proprio della storia di queste ragazze che vorrei parlarti qui su Rudi, un luogo ben preciso in cui abbiamo codificato un linguaggio e definito delle relazioni. Voglio cominciare questo racconto dalla fine perché c’è stato un momento che mi ha colpito molto durante la premiazione. Una volta ricevuta la coppa, le ragazze detenute hanno donato a loro volta dei piccoli oggetti fatti a mano alle calciatrici della Roma, tutte si sono unite in un grande abbraccio e insieme hanno iniziato a cantare quel coro a noi così caro e familiare sulle note della marcia trionfale dell’Aida che fa così: «Forza Roma alè, Roma alé, Roma alé!». E’ stato bello. In quel momento si stava compiendo una nuova esperienza, si stava creando una relazione con ospiti inusuali. In quel momento l’io delle ragazze aveva coscienza di sé, dialogava alla pari con il proprio interlocutore grazie al sottotesto dello sport, al linguaggio calcistico, alla passione per la Roma.

Carolina Antonucci, calciatrice della Res Woman, è una delle due allenatrici della squadra. Mi sono fatto raccontare la storia dell’Atletico Diritti: «Le ragazze hanno sommerso di abbracci, sorrisi e domande le calciatrici della Roma. Per loro quando c’è un ospite esterno, il primo bisogno che sentono dentro è quello di chiedere. E’ difficile che raccontino, hanno necessità di sapere informazioni, di confrontarsi, di capire cosa succede fuori». Il progetto della squadra femminile è partito a ottobre 2018, gli allenamenti si svolgono in questo campetto sgarrupato all’interno del carcere di Rebibbia. Attenzione, niente di drammatico, ne ho visti di peggiori in alcuni quartieri di periferia o un qualche oratorio. Per esempio le porte sono ben piantate in terra e c’è anche una rete senza buchi: «Si allenano una volta a settimana per un’ora. Questo torneo è stata la prima vera sfida contro altre squadre. Complessivamente il gruppo storico è composto da dieci ragazze, poi ce ne sono almeno altre dieci che ruotano intorno, vanno dai 23 ai 50 anni e sono di tutte le nazionalità: italiane, rumene, peruviane, nigeriane». 

Giocare nella squadra è un obiettivo di molte ora all’interno di Rebibbia, anche se non tutte sono calciatrici, vogliono far parte del gruppo, passare un’ora all’aperto, imparare nuovi concetti. Carolina mi spiega il difficile compito dell’allenatrice: «Quando parlo di allenamenti ovviamente intendo una cosa ben diversa da quella che si può immaginare. Si sta insieme un’ora, ma si passa quasi subito alla fase del gioco. E’ impensabile per esempio ottenere attenzione sugli esercizi. Loro portano in campo le proprie esperienze personali, le loro esigenze momentanee. Mettere dei paletti sarebbe troppo complicato». L’Atletico Diritti sogna in grande e in autunno spera di poter organizzare un nuovo torneo, magari anche in più giornate«Ci stiamo lavorando – continua Carolina – il gruppo è entusiasta. In questa occasione hanno giocato per la prima volta davanti a un pubblico, c’erano le telecamere, in molte si sono emozionate, ma tutte volevano esserci». Per motivi di privacy non conosco i nomi delle ragazze né tanto meno i loro reati. Però la numero 7 e la numero 10 si sono guadagnate una nota di merito, sono state le migliori durante il torneo. Carolina conferma: «Loro sono molto brave. Sono due ragazze italiane. Ci tengo a sottolineare che neanche noi conosciamo i loro reati e le loro condanne. Non vogliamo saperlo».

In carcere esiste il tifo ma non la rivalità: «Tra le ragazze è più un modo per scherzare, per sfottersi tra di loro. Per esempio c’è una signora di 50 anni, romanista sfegatata, che racconta sempre con il sorriso della peggiore condanna della sua vita: avere il figlio laziale. Il tifo è concepito come sfottò e amicizia, si ferma lì. Del resto in carcere è anche complicato seguire il campionato. Si vedono solo i canali del digitale terrestre, le partite della nazionale e basta». In campo sono concentrate su loro stesse, non c’è l’immedesimazione con il campione o il proprio beniamino. «E’ però interessante notare come alcune dinamiche siano molto simili: per esempio chi ha più carisma diventa punto di riferimento della squadra, proprio come nella vita là fuori».

Le calciatrici dell’Atletico Diritti lavorano molto sul superamento dei limiti: «E’ un concetto su cui abbiamo lavorato. Sai qui c’è sempre la tendenza a giustificare una difficoltà a causa di un fattore esterno. Per esempio tempo fa giocava con noi nelle partitelle anche un uomo che lavora qui. Il gruppo che si trovava a giocare contro non accettava la sconfitta e imputava alla sua presenza le difficoltà. Oggi – conclude Carolina – non è più così, anzi ci tengono a dimostrare di potercela fare lo stesso».

Per ora la storia delle ragazze dell’Atletico Diritti finisce qui, ma era solo il primo capitolo di un’esperienza oltre quel muro.

patrizio.cacciari@rudi.news
@PatCacciari

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