«Dopo il coronavirus sono rinato. E ora in ospedale porto la Roma con me»

21/04/2020 di Valerio Albensi

Enrico è rinato l’1 aprile, il giorno in cui ha ricevuto i risultati del secondo tampone e ha saputo di essere finalmente guarito. «È stata una gioia, una liberazione: come rinascere», dice e dalla voce si sente ancora l’emozione. Bresciano di Orzinuovi, Enrico Danesi ha 43 anni ed è un OSS (acronimo di operatore socio-sanitario): lavora al vicino ospedale di Chiari, convertito a unità Covid-19 dopo l’inizio dell’emergenza, ed è uno dei tanti operatori sanitari costretti a fare personalmente i conti con il coronavirus, nel senso che oltre a combatterlo quotidianamente sul campo hanno dovuto affrontare anche la malattia. Siamo nella zona epicentro italiano dell’emergenza.

«Alcuni colleghi per prendermi in giro e sdrammatizzare, mi dicevano che visto che sono romanista sono abituato a soffrire», racconta Enrico, che ha fondato il Roma Club Brescia, gestisce con altri amici la pagina Facebook “Romanisti al Nord”, e porta anche in reparto la sua passione per la Roma disegnando nome e numero dei suoi idoli sulla tuta protettiva. Basta un pennarello, insomma, per trasformarla in una maglia. «C’è bisogno di sdrammatizzare – dice –: in genere scrivo Totti, ma anche De Rossi o calciatori della Roma attuale come Zaniolo. Lo faccio per alleggerire un po’ la pressione, così come fanno altri colleghi: uno di loro, che è milanista, in genere scrive il nome di Kakà».

C’è bisogno di farlo soprattutto dopo avere superato quasi un mese di isolamento in quarantena a casa, 23 giorni lunghissimi nei quali non ha potuto avere contatti diretti con i genitori, il figlio o altri familiari. «Ho iniziato a star male il 10 marzo, con febbre, tosse, e dolori muscolari molto forti, uno stato di malessere che non passava. Il 20 ho fatto il tampone e il giorno dopo ho avuto la notizia della positività. Nel frattempo vivevo completamente isolato: non riuscivo ad alzarmi dal letto, non avevo appetito, ho avuto episodi di dissenteria, mal di testa. Per giorni è stato impensabile anche solo alzarmi per andare in bagno. Poi la febbre era costante. I primi giorni credo di non ricordarli neanche».

Ascoltare la testimonianza di Enrico e degli operatori come lui aiuta a gestire meglio i momenti di sconforto inevitabili in questo lungo periodo in cui non possiamo uscire di casa. Aiuta, insomma, a dare il giusto peso alle cose. Ci ricorda i giorni terribili vissuti da chi ha fatto i conti con la malattia o da chi lavora è in prima linea negli ospedali; ci ricorda le storie di chi non c’è più e di chi ha perso i propri cari senza la possibilità di assisterli.

Il racconto di Enrico prosegue con l’angoscia dovuta all’imprevedibilità del decorso della malattia: «Ero in un limbo, sospeso tra la speranza di un miglioramento e la paura di una crisi respiratoria che mi avrebbe portato al ricovero in ospedale. Continuavo a provarmi la saturazione per tenere sotto controllo il livello di ossigeno nel sangue ed è sempre rimasto buono, infatti per fortuna non ho avuto difficoltà a respirare né ho avuto la perdita dell’olfatto o del gusto, sintomi che molti pazienti lamentano. La preoccupazione ti distrugge e si sommava all’ansia per la salute dei miei genitori che vivono con me».

Per questo motivo, per il periodo della quarantena, l’isolamento dal resto dei familiari è stato totale: «Vivo con i miei genitori, abbiamo le nostre stanze separate e durante la quarantena non li ho proprio visti. Quando andavo in bagno sterilizzavo tutto; quando mi portavano da mangiare, per precauzione utilizzavamo piatti e posate monouso. Stare chiusi per 20 giorni in una camera di tre metri per tre non è facile, ma l’affetto dei colleghi non è mai mancato, mi hanno sempre tempestato di messaggi. Quando ho cominciato a stare meglio, passavo il tempo giocando alla Playstation o riguardando vecchie partite della Roma».

Poi è arrivata finalmente la gioia del secondo tampone che è risultato negativo e la possibilità di ritornare al lavoro e rendersi utile: «Ho perso gente del mio paese che conoscevo, a cui volevo bene e questa cosa inevitabilmente ti tocca. Però la voglia di tornare al lavoro è sempre stata più alta: tornare per rendersi utile e aiutare i colleghi».

Il lavoro è cambiato molto rispetto alla normale attività prima dell’emergenza. Ci sono protocolli severi da rispettare, si sta nei reparti in tuta, con mascherina e visiera protettiva e inevitabilmente questo rende più difficile la comunicazione con i pazienti: riparati dalle protezioni, assolutamente necessarie, per i medici e per gli operatori sanitari è quasi impossibile scambiare un sorriso con chi è ricoverato. «Questo è l’aspetto più brutto – continua Enrico -. Ci disegniamo un sorriso sulla tuta come a dire “guarda il mio sorriso che c’è anche se non lo vedi”. Cerchiamo comunque di entrare in empatia con questi pazienti che non vedono nessuno, non parlano con nessuno. Il nostro ospedale si è dotato di tablet per consentire a molti di loro di fare videochiamate: noi operatori facciamo da tramite con le persone più anziane che in molti casi non lo sanno usare e le aiutiamo a chiamare i parenti. È una grande emozione quando riescono a rivedere i figli, i nipoti. Mi accorgo che è cambiato anche il rapporto con i colleghi: prima eravamo semplicemente persone che condividevano lo stesso luogo di lavoro; adesso siamo diventati anche un po’ amici perché stare a stretto contatto tutti i giorni affrontando una cosa come questa ci ha avvicinati».

Ora che ha vinto la lotta personale contro il virus e che la pressione sugli ospedali lombardi si sta alleggerendo («Possiamo tirare un sospiro di sollievo, stiamo svuotando gradualmente il reparto»), la speranza è che presto possa diventare anche possibile tornare a fare il tifo per la Roma, anche se per tornare allo stadio ci vorrà ancora molto tempo. Il calore del suo club e dei “Romanisti al Nord” non mancava mai, sia all’Olimpico sia nelle trasferte in Lombardia e nelle altre regioni vicine. «Il Roma Club di Brescia è composto da una cinquantina di persone e ufficialmente è nato da questa stagione, anche se il nostro impegno va avanti da più tempo. Purtroppo speravamo di poter fare una bella giornata in occasione di Brescia-Roma, ma non sarà possibile. Comunque all’Olimpico c’è sempre qualcuno di noi: il nostro striscione è in Tribuna Tevere».

Ed è senz’altro un amore grande quello che ti porta a scegliere di tifare per una squadra di una città distante 600 chilometri dalla tua in un momento storico, i primi anni Novanta, che certo non sono stati facili per la Roma. Enrico ricorda il momento in cui tutto è cominciato: «Avevo già un’ammirazione per Giannini. Mio padre, che è juventino, mi portò a vedere un Atalanta-Roma del 1993 che finì 3-1 ma segnò Giannini su rigore. Ricordo che prima della partita, intorno allo stadio, incrociai i tifosi romanisti e mi restò impresso il loro entusiasmo, il casino che facevano. Poi durante la partita, nonostante la sconfitta, continuarono a cantare senza sosta e questa cosa mi entrò nel cuore. A mio padre dissi che io dovevo andare lì in mezzo, in quel settore. Mettiamoci pure il fatto che da bresciano non avrei potuto tifare Atalanta per cui…».

Indimenticabile anche la prima volta all’Olimpico: «Anche se fu tra i milanisti, nel settore ospiti, perché venni a Roma accompagnato da un mio amico milanista e da suo padre. Finì bene: 3-0, era il 1996. E Totti fece un grande gol. Tornai da solo nel 2000 e quella fu la prima volta in Curva Sud, per Roma-Fiorentina: credo di avere provato l’emozione più grande dopo la nascita di mio figlio».

È bello sentire i racconti appassionati di chi vive il suo amore per la Roma da lontano, ma con un trasporto che forse è ancora più intenso rispetto a quello dei romani: «La Roma mi manca tantissimo, come l’aria. Io vivo per la Roma, è un amore grande. La mia gamba destra è “dedicata” alla mia squadra: ho il tatuaggio dello stemma, le immagini di Totti e De Rossi. Sarebbe un sogno incontrarli un giorno, anche solo per stringergli la mano. La mia vita al Nord è stata scandita dai loro gol: loro segnavano e io qui per una settimana volavo; se perdevano, io volavo lo stesso e li difendevo».

Tornerà all’Olimpico, Enrico, e lo faremo anche noi quando tutto sarà passato. Chissà, magari l’occasione giusta sarà proprio la prima partita casalinga a porte aperte della Roma, giornata che la società ha annunciato di voler dedicare agli operatori sanitari che sono stati in prima linea contro il coronavirus.