Esistono ancora i ribelli degli stadi?

10/09/2019 di Patrizio Cacciari

Archiviata la pausa per gli impegni delle nazionali, eccoci di nuovo immersi nel campionato. E forse possiamo dire che questo sarà il vero inizio della stagione dopo le prime due giornate di rodaggio. Nel fine settimana le curve di tutti gli stadi torneranno a riempirsi e a colorarsi. Questa mattina Il Tempo riportava il numero di abbonamenti sottoscritti finora dai tifosi della Roma (c’è tempo fino a domenica).  

Sono 21.500 quelli per il campionato, un po’ meno rispetto allo scorso anno quando furono quasi 24mila, e quasi 13mila in Europa League, di più delle circa 8mila tessere di due stagioni fa. Più o meno dunque siamo in linea con la media degli ultimi anni. Ormai lo zoccolo duro che frequenta lo stadio è questo, complessivamente tra i 35 e i 40 mila spettatori a partita. La Curva Sud per il campionato non sarà disponibile salvo qualche posto rimasto nello “spicchietto” laterale che confina con la Tribuna Monte Mario.

In queste prime settimane di inizio stagione è successo un po’ di tutto anche nel mondo del tifo, dalle coreografie molto criticate in onore di Diabolik, il capo tifoso della Lazio assassinato ad agosto con un colpo di pistola alla nuca, agli ululati di Cagliari e successiva lettera della Curva Nord interista indirizzata a Lukaku per spiegargli che cos’è il “razzismo strumentale” fino ai cori beceri di Firenze sull’Heysel che hanno turbato la festa della Fiorentina.

Che momento storico stanno vivendo gli ultras italiani?

C’è ancora posto per loro nel calcio moderno? Ne abbiamo parlato con l’autore di “I Ribelli degli Stadi – Una storia del movimento ultras italiano” (edito da Odoya) frequentatore di curve, appassionato di tifo, ma non solo, Pierluigi Spagnolo è un giornalista de La Gazzetta dello Sport«Più appassionato di tifo che di calcio», per sua stessa ammissione, ha scritto un libro sul tema come non se ne leggevano da tempo.

Una fotografia lucida e analitica delle realtà di provincia e metropolitane, una contestualizzazione storica del fenomeno che ricorda i saggi del sociologo Valerio Marchi, ma soprattutto una dovizia di particolari che non troverete in nessun forum e che tradisce la pura passione di Pierluigi per l’aspetto folkloristico e sociale del fenomeno tifo.

Pierluigi, che storia è quella del movimento ultras italiano?

«È la storia di un movimento che dura da 50 anni e racchiude ben due generazioni di tifosi. È la storia di un mondo complesso, con una conflittualità interna che nasce nel 1968 ed esplode negli anni 70. Non avevo la pretesa di scrivere la storia, ma una storia. È la mia storia del movimento ultras italiano per come l’ho visto, magari avrò trascurato qualche aspetto o messo in evidenza altri dettagli, ma io l’ho vissuta così».

Nel libro si legge: “Un multiforme insieme di uomini e donne che amano follemente una squadra e che, insieme alla squadra, amano la città che quella squadra rappresenta”. Mi è venuto in mente il Palio di Siena, il rapporto viscerale con il proprio gonfalone. Nella storia del movimento ultras c’è la prosecuzione dell’Italia dei 100 campanili?

«Lo testimonia anche il poco amore verso la Nazionale rispetto a quello verso il club. La conflittualità tra città che distano anche pochi chilometri, gli slogan sulle maglie delle tifoserie, tutto si incasella in quel filone storico. Pensiamo alla Toscana, alle sue provincie e alle sue rivalità territoriali. È un retaggio tipico della cultura italiana».

Durante la stesura del tuo lavoro che differenze hai notato tra le tifoserie delle grandi città e quelle della Provincia? Per andare sul concreto: che differenza c’è tra una curva di Milano e quella di Bergamo?

«Nelle grandi città leggiamo più episodi di malaffare e scandali malavitosi perché rispecchiano di più la città stessa. Nelle curve più piccole, pensiamo anche a quelle delle categorie minori, ci si conosce tutti, c’è più spirito aggregativo, identificazione con il gruppo, resiste di più lo spirito originario di un tempo. Nelle grandi tifoserie è anche meno sentito il rapporto con la città. Juve, Inter e Milan hanno tifosi in tutta Italia, impensabile per piazze come Firenze o Bologna. Tifosi di queste squadre si trovano solo in città, dunque l’identificazione è totale».

I recenti fatti di cronaca nera hanno riacceso i fari sulle curve. I guai giudiziari di Luca Lucci, leader della Curva Sud del Milan, l’omicidio di Piscitelli, cosa ci raccontano?

«Che la curva è una fotografia di quello che c’è fuori. Se nella società ci sono episodi da censurare oltre a malaffare, criminalità, violenza, razzismo, li ritroveremo anche in curva. È la logica conseguenza di un fenomeno sociale complesso. Non ci sono solo valori come la solidarietà o l’amicizia ma anche delinquenza, droga… Tutto è riprodotto sia nel bene che nel male. L’errore è identificare una tifoseria intera con alcuni soggetti. Del resto le infiltrazioni mafiose ci sono nella politica, nei grandi affari e ovunque girino soldi».

Il razzismo è un tema d’attualità. Il caso Lukaku e a seguire un fatto insolito: il comunicato della curva dell’Inter che aveva la pretesa di spiegare al proprio giocatore le motivazioni della tifoseria che lo ha insultato. Delirante? Scritto male? Inaccettabile?

«Al di là dell’aggettivazione forte, chiunque frequenti le gradinate di una curva è consapevole che i “Buuuu” vengono spesso fatti per infastidire l’avvversario di turno. Spesso non c’entra il colore della pelle. Ricordo la trasferta oceanica dei baresi a Roma che in 11mila insultarono Totti per 90 minuti tanto da guadagnarsi la reprimenda in tv di Mughini per aver mancato di rispetto a una bandiera del calcio italiano. Ovviamente, per il discorso che facevamo prima, il razzismo negli stadi c’è e quel comunicato è stato un tentativo maldestro di spiegazione che si è rivelato un boomerang».

Tuttavia in alcune curve, infiltrate dal neofascismo, il fenomeno è ancora più visibile. Molte sono recidive.

«Nelle curve caratterizzate da una politicizzazione di estrema destra è possibile etichettare i “buuuu” con la motivazione del razzismo. Ma tenderei ad assolvere comunque la maggioranza dei tifosi, anche se non va negato che in molti stadi ci siano tifosi razzisti».

Il Decreto Sicurezza bis sta creando malumori in diverse curve. Che passaggio storico è stato quello in cui un ministro degli Interni è andato alla festa di una curva storica come quella del Milan? Faccio una provocazione: i ribelli non ci sono più?

«Storicamente il mondo del tifo ha sempre evitato i rapporti istituzionali, scegliendo un comportamento antagonista. Difficile immaginare un ministro degli Interni a una festa ultras, anche se abbiamo visto spesso Salvini, con felpe e slogan, rivendicare la sua vicinanza a quel mondo. Eppure proprio da alcune sue decisioni è arrivato un inasprimento delle politiche sulle manifestazioni sportive che ha dato maggior poteri a prefetti e questori. Ora però questi ultimi hanno invitato con una direttiva ad aver un atteggiamento più elastico perché è capitato anche che persone di 50 anni, daspate a 20 anni per aver acceso un fumogeno, non potessero sottoscrivere un abbonamento. E stiamo parlando di una sanzione amministrativa non di una condanna penale. Tuttavia il nuovo governo potrebbe anche mettere mano all’impianto voluto da Salvini, quindi aspetterei prima di valutarne gli effetti sul movimento».

Una volta c’era il volantinaggio in curva, poi le fanzine, oggi i social. Come comunicano gli ultras?

«Come altri mondi antagonisti, penso ai No Tav, ai centri sociali, a Casapound, movimenti politici fuori dal sistema, c’è molta diffidenza verso il racconto che viene fatto dal giornalismo istituzionale. Per questo hanno cercato di comunicare a loro modo il proprio punto di vista. Quello che fa più rabbia agli ultras è la ricerca della “scivolata sulla buccia di banana”. Qualche giorno fa a Firenze è stata organizzata una festa bellissima, ma il racconto del giornalismo generalista si è focalizzato sui cori, deprecabili e censurabili, sull’Heysel di un ristretto gruppo di persone. Una volta c’erano gli striscioni, i volantini, poi le fanzine, oggi i social, con pagine Facebook seguitissime. A volte possono essere molto utili, pensiamo al fatto di cronaca dopo Fiorentina-Atalanta, con il blitz della polizia sui pullman nerazzurri. Altre volte invece c’è il rischio di scadere nel narcisismo, che riguarda il modo di stare su un social, o alla diffusione di messaggi sbagliati nella forma, come il volantino dei laziali sulle donne nelle prime file. Spesso l’opinione pubblica si sconvolge per il linguaggio usato dagli ultras, che si rifà alla logica della battaglia e attinge al mondo bellico per gli slogan, ma pensiamo un attimo agli anni 70, quando il terrorismo impazzava per le strade del Paese e le curve erano piene di striscioni “Brigate”. Oppure invito tutti a leggere i testi degli inni della curva del milan, solo per citarne una. Siamo stati bambini anche noi quando sugli spalti c’erano slogan violenti, inni alla guerra e tanto altro. Eppure gli stadi erano pieni a differenza di oggi. Se le famiglie non vanno più a vedere le partite il motivo principale non è la violenza degli ultras, perché quella c’è sempre stata, ma per il caro biglietti e l’offerta televisiva, che ha impigrito una parte dei tifosi».

Hai parlato di trasversalità del movimento. Non è un caso che la prefazione al tuo libro è scritta da uno scrittore affermato con Enrico Brizzi, ex ultras del Bologna, e all’interno è citato Roberto Stracca, giornalista del Corriere della Sera prematuramente scomparso, ex componente del Cucs Roma…

«La curva rimane oggi l’unico ruolo di aggregazione dove coesistono il 14enne e il 60enne, il figlio del notaio e il parcheggiatore abusivo. Tutti gomito a gomito uniti da un’unica passione. Se ci facciamo caso oggi una sorta di discriminazione di classe avviene già nei locali, nei ristoranti, nei club, accessibili solo a pochi. Brizzi e Stracca, professionisti di successo che non hanno mai rinnegato la loro vicinanza giovanile al mondo del tifo, sono solo due di tante testimonianze che raccontano come il mondo ultras non sia solamente espressione di gente senza arte né parte».


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