La Roma e il fair play finanziario

15/02/2019 di Rudi

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Lo aveva annunciato James Pallotta due giorni fa in un’intervista: la Roma ha spedito una lettera ufficiale all’Organo di controllo finanziario dei club della Uefa (Club Financial Control Body) per chiedere chiarimenti sul fair play finanziario. Il motivo lo ha spiegato lo stesso Pallotta: senza fare riferimenti diretti agli altri club, la Roma si domanda quali sono i reali vantaggi per le società che hanno scelto di rispettare le regole e di non aggirarle. «Serve fare qualcosa. Ho scritto una lettera alla Uefa chiedendo di avere un dialogo costruttivo su quello che abbiamo visto fare ad altre squadre. Quando guardiamo ad alcune sanzioni o alla scarsità di pene inflitte, il mio punto di vista è “perché mi sto preoccupando del fair play finanziario, non è meglio prendere 12 milioni di euro di multa e accettarla?”. Questo è un argomento sul quale abbiamo instaurato un buon dialogo», ha detto Pallotta.

Cos’è il fair play finanziario e a cosa serve

Il fair play finanziario della Uefa è un sistema di norme, entrato in vigore nel 2011, che ha l’obiettivo di migliorare le condizioni finanziarie generali del calcio. La misura più importante è quella che impone ai club il pareggio di bilancio (break-even): i club possono spendere fino a cinque milioni di euro in più di quanto incassano nel periodo di valutazione triennale, tuttavia possono superare quella soglia entro il limite di 30 milioni di euro se il debito viene coperto totalmente dal contributo del proprietario o di una parte correlata.

Dal calcolo dei costi sono escluse le spese virtuose: investimenti negli stadi, nelle infrastrutture, nel settore giovanile e nelle squadre femminili.

In caso di violazioni, l’Organo di controllo finanziario decide misure e sanzioni da applicare in base alla gravità: un semplice avvertimento o un richiamo, una multa, una decurtazione di punti, una riduzione dei premi delle competizioni Uefa, il divieto di iscrizione di nuovi giocatori alle coppe europee, la limitazione del numero di giocatori in lista, la squalifica dalle competizioni in corso o future, la revoca di un titolo o di un premio.

Una guida completa la trovi qui.

Il fair play finanziario, a livello generale, ha avuto effetti positivi sui conti del calcio? La risposta è sì, senza ombra di dubbio: secondo la Uefa, i club europei sono passati da una perdita complessiva di 1,7 miliardi di euro nel 2011 a un profitto di 600 milioni nel 2017. Le misure sui bilanci hanno fatto sì che la situazione non si aggravasse ulteriormente in un momento storico di grande sofferenza per il calcio. Il rovescio della medaglia, dicono i critici del fair play finanziario, è che avere irrigidito i limiti di spesa ha cristallizzato i rapporti di forza: in pratica, i club che già erano ricchi lo sono diventati ancora di più. 

La Uefa è accusata anche di non applicare le sanzioni con equità: secondo chi chiede l’abolizione o una vasta riforma delle norme, sarebbe debole con i forti e forte con i deboli.

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La Roma e il fair play finanziario

Nel 2015 la Roma viene sanzionata per non avere rispettato le regole sul disavanzo massimo consentito nel triennio precedente. Il problema dei costi troppo alti rispetto ai ricavi è già presente prima del cambio di proprietà: nel bilancio chiuso il 30 giugno 2010, il club ha 21,9 milioni di euro di perdita e un anno più tardi il “rosso” sale a 30,5 milioni. 

Con la gestione americana resta il segno meno e la Roma continua a spendere di più di quanto incassa. Si comincia con perdite da 58,5 milioni nel 2011-12, poi 40,1 milioni nel 2012-13, 38,8 milioni nel 2013-14 e 41,1 nel 2014-15 (fonte Gazzetta dello Sport). Numeri negativi che la nuova proprietà sostiene con l’obiettivo di rilanciare la squadra dal punto di vista sportivo e riorganizzare la società, ma che per la Uefa devono essere corretti al più presto. È per questo motivo che l’8 maggio 2015 la Roma firma un settlement agreement con l’Organo di controllo finanziario della Uefa. L’accordo è una sorta di patteggiamento riabilitativo che ha l’obiettivo di condurre il club al rispetto della norma sul break-even (il testo integrale è qui): la Roma va sotto esame per le stagioni 2015-16, 2016-17 e 2017-18. La società si impegna a: 

– raggiungere la piena conformità al principio del break-even entro la fine del periodo di monitoraggio (stagione 2017-18);
– non sforare il limite di un deficit aggregato di 30 milioni di euro per gli esercizi che terminano nel 2015 e nel 2016;
– accettare la limitazione del numero di giocatori nella lista A per le competizioni Uefa a un massimo di 22 giocatori anziché 25;
– pagare una multa di sei milioni di euro, trattenuta dai ricavi derivanti dalle partecipazioni alle competizioni Uefa, a partire dalla stagione 2014-15. Di questo importo, due milioni devono essere pagati per intero indipendentemente dall’uscita anticipata dal regime di settlement agreement; la Roma pagherebbe la parte restante solo in caso di inosservanza del patto.

L’accordo ha subito effetti positivi sui conti. La Roma chiude il bilancio 2015-16 con un rosso che scende a 14 milioni grazie soprattutto al ritorno agli ottavi di finale di Champions League e ai 76,6 milioni di plusvalenze nette. Il fatturato è da record: 233,6 milioni.

Nella stagione successiva, i ricavi scendono a causa del mancato accesso alla Champions (la squadra viene eliminata ai playoff dal Porto) e di conseguenza aumentano le perdite nonostante plusvalenze per 94,8 milioni: meno 41,7 milioni di euro. Va decisamente meglio al 30 giugno 2018: la grande stagione cavalcata europea, conclusa sfiorando la finale di Champions, spinge i ricavi operativi a 250 milioni di euro, ma alla voce “Utile (perdita) di esercizio” il valore resta tra parentesi, quindi negativo: 25,49 milioni. Altre cessioni importanti aiutano la Roma a restare in equilibrio.

I continui movimenti sul mercato però non piacciono a molti tifosi e a una parte della critica. Mauro Baldissoni, oggi vicepresidente dela società, spiega così le scelte della dirigenza: «Quando la nuova proprietà ha acquistato il club – dice a Radio24 il 31 gennaio 2018 – si partiva da una perdita di 58 milioni a fronte di un patrimonio di calciatori pari a 38 milioni. E la Roma è stata sanzionata dalla Uefa, nonostante la proprietà fosse arrivata da poco, proprio perché i calcoli delle perdite sono pluriennali. Le strade percorribili per noi erano due. La prima è abbattere i costi di gestione facendo aumentare i ricavi, aspettando dieci anni. La seconda è quella che abbiamo percorso: continuare a investire, mantenendo i costi alti, recuperando il differenziale tra costi e ricavi attraverso le plusvalenze che consentono di sistemare il bilancio. Facendo questo, la Roma è riuscita a mantenere la competitività anno dopo anno, tant’è vero che è rimasta stabilmente in Champions League negli ultimi quattro anni».

E ancora: «Spesso si sente dire “la Roma ha bisogno di soldi”. No, la Roma fortunatamente non ha bisogno di soldi, perché ha una proprietà solida che li mette: negli ultimi 15 mesi ci ha inviato 98 milioni, basta guardare i bilanci che sono pubblici. Senza contare quelli precedenti all’aumento di capitale del 2014, in cui ne sono stati versati altri cento di milioni. Il parametro di bilancio, però, non considera i contributi della proprietà come attivi, per poter mettere a paro le perdite».

Depurando la perdita dalle spese per infrastrutture e vivai, nel 2018 la società raggiunge gli obiettivi fissati nell’accordo del 2015 e la Uefa la dichiara fuori dal settlement agreement. Ci resta invece l’Inter, per un altro anno.

La Roma riesce a tirarsi fuori dal periodo di monitoraggio mantenendo un alto livello di competitività (un secondo e due terzi posti, e una semifinale di Champions nel triennio) e contemporaneamente osserva con stupore il comportamento di una parte della concorrenza, italiana e straniera, che invece pare interpretare le prescrizioni Uefa con più disinvoltura. Tra plusvalenze realizzate attraverso le cessioni di giovani della Primavera o di calciatori di secondo piano, e sessioni di mercato fatte senza badare troppo alle multe. Nessun illecito, sia chiaro, ma operazioni che, come scrive oggi Il Tempo“aggirano il senso del fair play finanziario”.

La Roma insomma si domanda se questo sistema sia ancora efficace. Va detto che lo scorso giugno la Uefa ha dato un giro di vite con una riforma che prevede, tra le varie misure, controlli immediati quando il disavanzo del mercato supera i cento milioni, stop ai finti prestiti e alle vendite di comodo. Basterà?

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