La solitudine dei numeri 7 è colpa dei numeri 9

18/10/2019 di Patrizio Cacciari

Lorenzo Pellegrini, il nostro calciatore attualmente con la miglior visione di gioco, indossa la maglia numero 7 e ama muoversi nella zona di campo alle spalle della punta centrale, quella in cui di solito davano libero sfogo alla loro fantasia i numeri 10 di una volta. In un passato piuttosto recente il 7 è stato sulle spalle del Peck Pizarro, brillante regista cileno, che ha fatto grande la prima Roma di Spalletti in coppia con De Rossi davanti la difesa, in uno dei primi 4-2-3-1 che abbiamo visto in Italia.

Nel nostro immaginario collettivo il numero 7 però è ancora la maglia dell’ala destra che nella storia della Roma ha un nome e cognome ben precisi: Bruno Conti. In una interessante intervista uscita oggi su La Repubblica, Brunetto affronta l’evoluzione del suo ruolo, che nel calcio di oggi trova sempre meno spazio. Dice Bruno: «[…] Oggi è come se si fosse ristretto il campo. La preponderanza dell’aspetto fisico sulla tecnica ha spostato i meccanismi del gioco, oggi si tende alla progressione centrale, allo scambio corto, una volta la fascia era invece il luogo in cui si faceva la differenza».

Ha ragione Bruno Conti?

Quello che dice Conti è vero: oggi fatichiamo a immaginare e considerare un giocatore come ala pura. Sul mercato è più richiesto quello in grado di agire per vie interne, forte nell’uno contro uno e nel tiro della distanza, non nel cross, un’arma che è considerata sempre meno efficace dagli allenatori moderni.

Anche nei moduli 4-3-3 più evoluti i giocatori schierati sull’esterno nel tridente offensivo non fanno più l’ala ormai da anni. Basta pensare ai primi anni di Zeman in Italia e all’interpretazione del ruolo di Signori o Totti sulla sinistra, che erano i veri finalizzatori della squadra, mentre l’esterno di destra era più un tornante che però non andava alla ricerca del cross. Oggi invece molti allenatori impiegano calciatori mancini a destra e viceversa, una scelta che serve in particolare proprio per farli avvicinare alla porta passando per vie centrali. Il fondo, insomma, non lo cerca più nessuno.

Bruno racconta anche un altro aspetto: «A fine allenamento, soprattutto con Liedholm, ci allenavamo tecnicamente sul gesto del cross. Eravamo io e Rocca, andare sul fondo e metterla precisa a centro area. Ci insegnavano che se un cross è fatto bene un difensore è sempre tagliato fuori. Ai miei tempi, nelle altre squadre, c’erano Causio, Sala, Oscar Damiani, e poi Bettega, Pruzzo, Graziani, pronti a trasformare il cross in oro».

Centravanti di manovra e falsi nueve

Perché non si crossa più? Forse perché sono sempre meno anche i numeri 9, gli attaccanti da area di rigore. Il centravanti è un altro di quei ruoli che nel tempo si è evoluto. Oggi c’è il falso nueve, ma anche il centravanti di manovra, alla Edin Dzeko per intenderci, che preferiscono la partecipazione alla manovra e non solo la finalizzazione. Una moda? Potrebbe, ma solo perché in questo momenti gli studi tattici hanno orientato la filosofia di gioco in quella direzione. Nel momento in cui le contromisure difensive diventeranno migliori di quelle offensive che passano per vie centrali, probabilmente assisteremo ad altri cambiamenti e magari si tornerà a fare la differenza proprio su quella fascia, oggi così sguarnita.