La vena di De Rossi

24/05/2019 di Valerio Albensi

Domenica i romanisti saluteranno e ringrazieranno Daniele De Rossi per questi 18 anni in cui si è caricato la Roma sulle spalle e l’ha rappresentata con orgoglio. Le emozioni che abbiamo provato nel giorno dell’addio di Totti sono ancora fresche, sappiamo cosa ci aspetta. Abbiamo provato a raccontare De Rossi e la sua Roma attraverso cinque momenti e temi. Questo è il nostro omaggio al capitano, uno dei più grandi campioni della storia romanista.

1. Contro ogni previsione

I romanisti scoprirono Daniele De Rossi all’Olimpico una sera di ottobre del 2001, quando Capello lo fece entrare nel secondo tempo di una partita di Champions League contro l’Anderlecht. Daniele aveva i capelli biondi a caschetto, una sorta di doppio taglio che andava di moda a Roma in quegli anni tra i ragazzi (se hai più o meno quella età, lo hai avuto di sicuro anche tu: non vergognarti, qui da noi sei tra amici) e non se ne parlava come un predestinato, ecco.

Mauro Bencivenga, che allenò De Rossi ai tempi delle giovanili e in quegli anni era collaboratore tecnico di Capello, ha raccontato al sito Il Catenaccio«Daniele è sempre andato per gradi, con miglioramenti graduali. Tra gli allievi e la primavera non giocava. Perché, guarda che non era un fuoriclasse, eh? Io mi sforzavo a capire il ruolo che gli dovevo dare: giocava in attacco ma non andava bene, esterno neanche, allora lo inventai centrocampista». Lo ha confermato di recente anche De Rossi: «Bencivenga mi disse: “O ti svegli o ti svegli”. O diventi calciatore in questo ruolo o non giocherai mai a calcio e aveva ragione».

De Rossi non sembrava poter diventare un futuro campione in quel momento, ma Capello in lui notò un potenziale: lo inserì gradualmente nell’organico della prima squadra, anche se lo fece giocare pochissimo inizialmente. Non era facile per un diciottenne farsi largo in una rosa che aveva appena vinto lo scudetto e che era composta da grandi calciatori. Nell’estate seguente, quella del 2002, Daniele partecipò al ritiro estivo nelle settimane in cui la società sembrava vicinissima all’acquisto di Edgar Davids dalla Juventus.

A Kapfenberg, in Austria, dove la Roma preparò la nuova stagione, gli altri giovani aggregati alla prima squadra oltre a De Rossi furono Carlo Zotti, Cesare Bovo, Giuseppe Scurto, Alberto Aquilani e Gianluca Galasso. Daniele ebbe la possibilità di studiare da vicino un mito come Pep Guardiola, ingaggiato dalla Roma in quella stagione («Si prendeva del tempo per spiegarmi le cose, con me faceva già l’allenatore», ha ricordato). 

Eccolo, timido e visibilmente emozionato, in quella che forse fu la sua prima intervista televisiva. La realizzò Massimo Ruggeri della trasmissione La Signora in Giallorosso.

Arrivò finalmente il momento dell’esordio da titolare in Serie A, il 10 maggio 2003 all’Olimpico contro il Torino, partita nella quale segnò anche un gol. Questa è una rete che conosciamo bene e che in questi giorni abbiamo rivisto spesso. 

Fu il gol che in qualche modo lo “salvò” da una probabile cessione in prestito in estate: anche grazie a prestazioni come quella la società capì che il ragazzo doveva continuare a crescere a Trigoria. Daniele aveva già realizzato un sogno: a meno di 20 anni, era ormai considerato un calciatore della Roma a tutti gli effetti. In pochi avrebbero scommesso su di lui cinque o sei anni prima: «Avevo un fisico longilineo, esile – ha raccontato durante un’intervista a Sky -. Non ero neanche questo cuor di leone che amava i contrasti. Ero un cagasotto, l’aggressività l’ho sviluppata negli anni. Mi piaceva fare la giocata e ogni tanto mi riusciva»

E ancora, a Rivista Undici«I primi anni ho anche giocato poco nella Roma, non ero uno dei titolari, non ero una delle stelle individuabili come il futuro campione, il futuro capitano della Roma. Non ero per niente così. Ero anche disposto a cambiare, andare via dalla Roma: se gioco poco e non mi diverto che ci sto a fare qui? Non ero nato, cresciuto per questo».

Daniele De Rossi As Roma

2. Spalletti e il Peq. Il cambio di ruolo con Luis Enrique

Nella vita di ogni persona avvengono degli incontri che aprono nuove strade. Bencivenga e Capello diedero a De Rossi la prospettiva di potersi affermare nel mondo del calcioLuciano Spalletti e il Peq David Pizarro lo aiutarono a diventare un campione. 

Spalletti è l’allenatore più importante nella carriera di Daniele, il tecnico che riuscì a trasferirgli il suo modo di pensare, di intendere il calcio. Un mentore, un punto di riferimento così influente che, commentando gli attriti tra l’allenatore e Totti, Daniele disse: «Io non sono mai intervenuto perché è come quando ti chiedono: ha ragione mamma o papà?». 

L’ex tecnico della Roma sfruttò al massimo le qualità migliori del primo De Rossi: energia e dinamismo unite a una grande intelligenza tattica, capacità negli inserimenti, tiro potente e preciso. Gli affidò il compito di mediano universale, box-to-box, ruolo nel quale Daniele fu spesso paragonato a Steven Gerrard.

Ma un’altra grande fortuna di De Rossi fu avere al suo fianco l’elemento che sapeva esaltare alla perfezione quelle sue caratteristiche, Pizarro. Il centrocampo della Roma miscelava il temperamento di DDR con il calcio più cerebrale del Peq, l’uomo che sapeva danzare con il pallone e scandire i tempi di quella squadra che tutti ricordiamo con affetto. «Con De Rossi ci intendevamo a memoria ed eravamo molto legati anche fuori dal campo. Questo anche in gara aveva il suo effetto positivo», ha detto Pizarro in uno “Slideshow” su RomaTv.

Fu una delle migliori coppie della storia romanista, una risorsa che contribuì a portare la squadra a sfiorare uno scudetto (nella stagione 2007-08), a raggiungere in due occasioni i quarti di finale di Champions League, a vincere due coppe Italia e una Supercoppa. La foto del loro abbraccio durante Roma-Bayern Monaco della Champions League del 2010 è una delle più belle e significative della carriera di entrambi.

Un altro incontro che cambiò la vita professionale di Daniele, e che è sempre molto sottovalutato un po’ da tutti noi, fu quello con Luis Enrique. Grazie all’allenatore spagnolo, De Rossi imparò a giocare al centro nei tre di centrocampo, arretrando tra i due centrali difensivi nella fase di impostazione dell’azione e sviluppando qualità da regista che sembrava non avesse«È totalmente farina del sacco di Luis Enrique – ha raccontato De Rossi a Sky -. Eravamo in ritiro in Austria: mi prese da parte e mi fece vedere i video del Barcellona B. Mi disse “voglio da te questo, quello che fa questo ragazzo”. Mi trovo meglio in un calcio più ragionato, forse proprio perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo, la corsa di Nainggolan, la falcata di Pogba. Hai bisogno di compagni che si muovono e chi li fa muovere? L’allenatore. Ho cambiato idea su questo con il passare degli anni, ho sempre pensato che in campo di vanno i giocatori, ci vogliono i giocatori, che è verissimo, ma l’allenatore conta per me ogni anno di più».

La trasformazione in un centrale di centrocampo non fu un processo facile e rallentò quando la Roma riportò in panchina Zdenek Zeman, che vedeva meglio in quel ruolo Tachtsidis. Il motivo? La capacità del greco di giocare più velocemente in verticale rispetto a Daniele. Con l’arrivo di Rudi Garcia, nell’estate del 2013, De Rossi tornò centrale nel 4-3-3.

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3. La vena che si chiude, le contraddizioni, ma anche gesti nobili

La storia di De Rossi è fatta però anche di contraddizioni, di errori e di riscatto. Ha fomentato i romanisti con quella vena sul collo, che è sembrata quasi scoppiare durante le sue esultanze più belle, e al tempo stesso li ha spiazzati in alcuni momenti della carriera in cui ha perso completamente lucidità.

Tutti ricordiamo la gomitata allo statunitense McBride ai Mondiali del 2006, gesto che gli costò uno stop fino alla finale. E ricordiamo anche altre entrate scomposte (come quella in Roma-Porto di tre anni fa) o colpi senza senso (la gomitata a Srna in Shakhtar-Roma, le manate a Mauri in un derby e a Lapadula un anno fa) che Daniele ha pagato con squalifiche pesanti e che a volte una parte di tifosi romanisti gli ha rinfacciato. Difficile spiegare cosa lo ha portato in quegli attimi a perdere il controllo, a sfiorare l’autolesionismo: è lui il primo a riconoscere che se potesse tornare indietro non rifarebbe certe cose.

Sono episodi che potevano costargli per sempre l’etichetta del romano “rosicone” o “bullo”, ma che Daniele è riuscito a riscattare con gesti nobili facendo ricredere anche chi in questi anni non gli ha mai perdonato niente. Dai romanisti più critici nei suoi confronti agli avversari, tifoserie comprese.

De Rossi è quel calciatore che dopo un gol confessò di avere toccato la palla con una mano e lo fece annullare (era un Roma-Messina di 13 anni fa); è anche l’uomo che, nonostante l’amarezza per l’obiettivo mancato del quarto Mondiale, salì sul pullman della Svezia dopo l’eliminazione per complimentarsi con gli avversari e fare il suo in bocca al lupo. È la persona di cuore che donò la sua medaglia d’oro dei Mondiali posandola nel feretro di “Spazzolino”, lo storico magazziniere degli azzurri scomparso nel 2016.

Anche questo è stato ed è De Rossi: un punto di riferimento all’interno dello spogliatoio, un leader, un capo carismaticoUn capitano. Uno che ha difeso i suoi compagni di squadra quando lo meritavano. Come fece con Doni, portiere ingiustamente preso di mira da certi «papponi con il microfono che fanno i padroni a Trigoria», o con Kolarov quest’anno, che ha aiutato in un momento in cui una parte dei tifosi della Roma lo criticava con forza. 

È uno che non ha paura di fare “zero a zero” davanti ai microfoni, come quando, con estrema onestà e trasparenza, ammise che i ritardi per la firma del rinnovo del contratto nel 2011 erano dovuti a ragioni economiche.

Le sue prese di posizione scomode gli hanno fatto piovere addosso ogni genere di malignità. Dal vergognoso appellativo “Capitan Ceres” alla menzogna girata per anni in città della barba fatta crescere per nascondere uno sfregio. «Ma questa non mi ha mai dato fastidio perché penso che sia abbastanza leggibile come stronzata. Però mi dispiace che a volte alla gente vicina, ai parenti, gliela devi spiegare questa situazione: loro non hanno il rapporto diretto con quest’ambiente, con la calunnia o con l’invenzione mediatica. Non hanno la mappatura: “Vabbè lo ha detto questo, questo mi odia si sa, non vale”», ha raccontato in una lunga intervista a Il Romanista dello scorso settembre.

Daniele ha provato sulla sua pelle tutto quello che Roma può offrire: la passione totalizzante, l’amore sconfinato dei romanisti che toglie il fiato, ma anche il marcio che c’è in certi ambienti.

4. DDR bandiera

Sono pochissimi i calciatori che hanno giocato tutta la carriera solo con la maglia della Roma. C’è Francesco Totti, ovviamente, ma anche Francesco Rocca. L’altro è Daniele De Rossi, che domenica chiuderà la sua storia romanista (da calciatore) con 616 partite disputate e 63 gol segnati. È il giocatore con più presenze dopo Totti (786). 

Daniele sperava di finire la sua carriera proprio con la Roma, ma non potrà dopo che la società gli ha comunicato l’intenzione di non rinnovare ulteriormente il contratto: non sappiamo ancora se continuerà a giocare e quale sarà la sua nuova squadra. Sappiamo, invece, che se potesse spenderebbe un’altra vita da calciatore nella Roma, come dichiarò qualche anno fa.

Quello che ha costruito nei 18 anni da professionista a Trigoria però non potrà essere cancellato: il suo legame con il club che ama, la sua capacità di essere espressione in campo del tifo romanista, il rispetto per le tradizioni di questa società e il senso di appartenenza.

«Lo sai che vuol dire essere una bandiera della Roma? Significa una responsabilità enorme che ti porti sempre addosso. Significa che non hai scelta. Che quando in passato ho avuto offerte o quando stavamo sull’orlo del fallimento o quando le cose non andavano, quando ti chiama semplicemente qualcuno non sei tu che rispondi, perché tu, io sono della Roma nel senso di proprietà della Roma, “dei” tifosi della Roma. Io Daniele De Rossi sono di proprietà dei tifosi della Roma».

A De Rossi i tifosi della Roma hanno sempre riconosciuto quella lealtà che gli ha impedito di “tradire” la sua squadra e accettare proposte da altri club. Anche se la retorica con la quale spesso vengono commentate queste scelte a Daniele non piace: «Questa scelta viene letta e vista come una cosa di grande altruismo, di amore per la maglia, di amore per i tifosi. Ma è una parte della verità. L’altra è che la mia scelta è stata molto egoista, perché io avevo proprio bisogno di giocare con la Roma. Ho il piacere fisico ed emotivo di giocare con questa maglia. Gli anni in cui sono stato lì lì per andare via, quando magari a Natale sapevo che a gennaio avrei potuto lasciare Roma, sono stati molto particolari. Di solito all’ultima partita in casa a Natale, i giocatori pensano che al fischio finale comincia un periodo di vacanza. Invece io in quei momenti entravo in campo e avevo gli occhi lucidi di lacrime. Guardarsi intorno e pensare che era l’ultima partita all’Olimpico… Mi è successo e ho capito che senza questa cosa non posso stare. Vivere senza Roma sarebbe stata una cosa che mi avrebbe fatto più male del non aver vissuto un Real Madrid-Barcellona, o di non aver calcato gli stadi inglesi più belli, di non aver vinto determinate cose. Almeno io la penso così, però la controprova non la potrai mai avere. Vivo con un continuo saliscendi tra la voglia di vedere cose nuove e il bisogno di stare qui. Ma a 33 anni sono arrivato con la serenità sia del non aver vinto tanto sia di non aver girato tanto», disse tre anni fa a Rivista Undici.

5. Le vittorie e le sconfitte

Daniele De Rossi è stato per lungo tempo uno dei migliori centrocampisti d’Europa e 117 partite in Nazionale (quarto giocatore di sempre) un calciatore non le gioca per caso. Nelle 615 partite giocate fino a questo momento, è facile trovarne di indimenticabili. Me lo ricordo mostruoso in un Parma-Roma del 2006 finito 0-3, per esempio, o nella finale di andata della Coppa Italia del 2007 vinta 6-2 contro l’Inter.

Bisognerebbe anche ricordare il suo rigore decisivo nella Supercoppa di quella estate, vinta a San Siro, e la “fame” con la quale segnò un’altra rete all’Inter, in un’indimenticabile scontro scudetto di tre anni dopo; mi vengono in mente quel gol a Livorno nell’esordio in campionato di Garcia e un recupero sulla linea in Roma-Napoli, sempre di quella stagione. Poi la mente arriva a Roma-Barcellona, ma di momenti speciali potremmo ricordarne a centinaia.

Parlavamo di contraddizioni, prima. Pensa che Daniele ha segnato in due tra gli stadi più importanti al mondo, ma purtroppo lo ha fatto sempre in occasione di sconfitte pesantiSegnò al Bernabeu nel 2004, ma la Roma perse 4-2 contro il Real Madrid; nel 2007 fece quella che forse è la rete più bella della sua carriera a Old Trafford, contro il Manchester United, e sappiamo tutti come andò quel giorno.

Sul suo conto negli ultimi anni ne abbiamo sentite tante, purtroppo quasi tutte provenienti da una parte (minoritaria) di tifosi romanisti: «È finito»«Non gioca più da 2/3/4/5/6 anni»«Ormai gioca in tre metri quadrati». Commenti secondo me superficiali, perché in 18 anni di Roma un solo allenatore ha messo De Rossi da parte, con risultati deludenti. E non c’è stato compagno o avversario che non abbia riconosciuto il suo peso in campo, il suo valore. Anche nelle stagioni meno fortunate. Del resto, in un mondo ultracompetitivo e spietato come quello del calcio, non puoi bluffare a lungo.

Non ha vinto quanto avrebbe meritato, Daniele, ma bisognerebbe anche ricordarsi che il calcio è uno sport di squadra e che un giocatore è solo un ingranaggio di un meccanismo complesso. La vittoria sarà pure importante, ma non è l’unica cosa che conta e non può essere l’unica unità di misura possibile.

E allora questo discorso non può non concludersi con le parole di De Rossi, in una famosa trasmissione con Daniele Adani.

«Negli anni mi sono reso conto che la vittoria non è semplice da raggiungere, che è per le persone e per i gruppi eccezionali. Parliamo di sport di squadre. Se facessi uno sport individuale sarebbe più facile individuare le cause delle vittorie e delle sconfitte. Vincere una partita è un conto, vincere un campionato un altro. Ma non è neanche detto che arrivare secondi in campionato sia una sconfitta: per arrivare secondo, otto dieci volte, devi avere vinto tante partite, lavorato tanto e seriamente. Hai trovato qualcuno più bravo di te, che ha lavorato meglio o meritato di più, non sempre. Per arrivare secondo significa che hai lavorato bene in settimana, che hai la mentalità giusta e per certi versi sei un professionista, un vincente. Non sei il vincitore, quello che arriva primo. […] Non mi sento un vincente, ma di sicuro non ho mi sento un fallito, uno sconfitto. Sicuramente ci è mancato qualcosa, ma abbiamo fatto anche tante cose buone. Tutti vorremmo vincere, alzare un trofeo e fregiarci di un ricordo memorabile, ma bisogna anche analizzare quelle che sono state le stagioni e le potenzialità».

Nessun dubbio: De Rossi è un romanista che ha vinto.

valerio.albensi@rudi.news
@ValeAlb

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