Lazio-Roma 3-0 a mente fredda

04/03/2019 di Valerio Albensi

Dopo Frosinone ci eravamo chiesti se dovevamo rassegnarci all’idea di vedere una Roma costante solo nella sua imprevedibilità. La risposta è arrivata nel derby con l’ennesima ricaduta della stagione.

Questa Roma non può essere molto meglio di così. È una squadra che sa tirare fuori buone prestazioni, come ci auguriamo che possa fare mercoledì a Porto, ma che non riesce per periodi prolungati a tenere alti i livelli di intensità e a sviluppare al meglio il calcio che vorrebbe farle giocare Di Francesco: non ha le caratteristiche tecniche e fisiche giuste né la mentalità per giocare al limite, soprattutto in difesa.

Difficilmente vedremo quei miglioramenti a livello difensivo fondamentali per competere per il quarto posto. Restando così le cose, se la squadra riuscirà a qualificarsi per la Champions sarà probabilmente grazie alle prestazioni di alto livello dai suoi uomini migliori: è difficile che possa bastare, ma per fortuna è ancora possibile.

Cos’è mancato alla Roma per vincere il derby?

La «testa e il cuore» o «il giusto approccio», come sottolineato da Di Francesco prima e dopo la partita? Sì, certamente anche questo. Ma prima di tutto è mancata una strategia efficace contro un avversario che invece sapeva molto bene cosa fare per vincere. Questa è stata la grande differenza tra la Lazio e la Roma sabato sera: una squadra ha messo subito in campo un piano estremamente produttivo, l’altra invece no.

Si parla spesso di mancanza di grinta, di “cattiveria”. Nel primo tempo, la Roma ha sbagliato approccio soprattutto per colpa di un avversario che ne ha annullato la pericolosità offensiva presidiando la zona centrale e, al tempo stesso, negando la costruzione dal basso alle catene laterali Kolarov-Pellegrini-El Shaarawy e Florenzi-Cristante-Zaniolo. Marusic, per esempio, è stato bravo a uscire sempre con i tempi giusti su Kolarov, costringendolo a rimanere bloccato.

E sicuramente il numero clamoroso di duelli offensivi vinti dalla Lazio nei primi 30 minuti (19 su 23, 82,61 per cento) e quello incredibilmente scarso di duelli difensivi conquistati dalla Roma (uno su 23, il 4,35 per cento) non è solo la conseguenza di una mancanza di combattività dei giocatori romanisti.

lazio-roma 3-0
Interessante l’analisi di Benedetto Greco, match analyst, sulla sua pagina Facebook: “Immagine dei primi minuti: De Rossi deve abbassarsi fra i due centrali per sfuggire alle marcature degli uomini di Inzaghi, ma c’è troppa distanza fra i reparti, sulle fasce Zaniolo è praticamente marcato a uomo da Radu, aiutato in raddoppio da Lulic, Dzeko si muove venendo incontro e innescando i movimenti di El Shaarawy, ma il bosniaco viene servito male e poco. In più la squadra si scopre inevitabilmente, lasciando spazio aperto alle transizioni positive della Lazio”

Nella mezz’ora iniziale, la Lazio è arrivata a calciare per sette volte verso la porta e ha segnato un gol; la Roma è riuscita a farlo solo in una occasione. La squadra di Di Francesco ha messo la testa fuori dall’acqua solo dopo il 25′, quando l’allenatore ha avanzato Pellegrini trequartista trasformando il modulo da 4-3-3 a 4-2-3-1: questo ha facilitato i passaggi alle spalle della linea di centrocampo laziale e ha creato un primo motivo di preoccupazione per Inzaghi. Non ha cambiato la partita, ma almeno ha messo fine alla fase di emergenza. In un contesto di questo tipo, va ancora sottolineato il lavoro prezioso di Zaniolo, che è stato uno dei pochissimi a cercare giocate rischiose per sorprendere la Lazio.

Nel secondo tempo, la Roma ha provato ad alzare il ritmo, a essere più aggressiva anche sfruttando l’inevitabile calo d’intensità degli avversari, ma la giornata negativa dei suoi attaccanti ha permesso alla Lazio di tenere il vantaggio e di raddoppiare sfruttando un altro errore della difesa romanista, ancora una volta su fallo laterale.

Da una rimessa era nata l’azione che aveva portato al gol di Caicedo e sempre dopo una rimessa, stavolta nella zona d’attacco della Roma, è cominciata la serie di giocate laziali che ha messo Correa nelle condizioni di ottenere un rigore: in entrambe le situazioni, Fazio ha compiuto due errori evidenti difendendo dall’esterno e non dall’interno del campo, ma è tutta la squadra che si è fatta trovare impreparata.

Allora, per tornare alle parole di Di Francesco, visto che i casi del genere cominciano a essere parecchi, ha ancora senso parlare di errori individuali?

lazio roma rigore correa
I quattro passaggi da rimessa laterale in zona di difesa che consentono alla Lazio di arrivare in porta con Correa

Troppi rischi

Cito un passaggio interessante del pezzo di Daniele Lo Monaco sul Romanistadi questa mattina: Forse ciò che incide maggiormente nel rapporto tra gli errori commessi e i gol subiti è la mancanza assoluta nella Roma di un accettabile margine di rischio. La linea difensiva romanista è perennemente spostata sul filo di partenza degli attaccanti avversari. E se questo nei momenti migliori della Roma dello scorso anno, con dei recuperatori seriali di pallone come Nainggolan o il miglior Strootman, e con in porta un muro invalicabile come Alisson, ha rappresentato un motivo di forza e di bellezza, quest’anno con la squadra tecnicamente migliore ma agonisticamente assai peggiore costruita in estate, l’allenatore avrebbe dovuto capire prima che certi rischi non si potevano più sopportare. Troppe volte la linea difensiva della Roma si rompe con semplici movimenti civetta degli avversari e in questi casi nessuno è in grado di rimediare agli errori commessi”.

I numeri dicono che la Roma di quest’anno non è una squadra capace di attuare un pressing efficace e non è abile nel recupero della palla come negli anni precedenti. Questo è il grafico che mostra l’evoluzione del valore di PPDA dalla stagione 2015-16 a oggi.

ppda roma

In estrema sintesi, il PPDA esprime il numero di passaggi concessi agli avversari per azione difensiva. Più è basso il valore, più alta è la pressione esercitata dalla squadra a cui si riferisce il dato e viceversa. E dal grafico si vede che quella di quest’anno è una tendenza al rialzo, che indica appunto una capacità minore di aggredire l’avversario e recuperare il pallone. Nel 2015-16 il valore era 7,71, poi è leggermente salito nel 2016-17 a 8,41. Nella scorsa stagione il PPDA è rimasto in linea, 8,53, invece quest’anno è salito a 10,53, due passaggi in più. Un’altra dimostrazione delle fragilità di questa Roma.


valerio.albensi@rudi.news
@ValeAlb

Vuoi ricevere Rudi? Compila il form e iscriviti alla newsletter dei romanisti. Parola nostra: niente spam, solo informazioni utili.
IMPORTANTE: se dopo l’iscrizione non riesci a vedere le nostre email, controlla le sezioni “Promozioni” o “Spam” del tuo servizio di posta; potrebbero essere finite lì.

Iscriviti