Lo hai letto il libro di Totti?

05/01/2019 di Patrizio Cacciari

L’autobiografia di Francesco Totti è il nono libro più venduto del 2018. Si tratta di un dato interessante se consideri che “Un Capitano” (Rizzoli), scritto insieme al giornalista Paolo Condò, è uscito solo il 27 settembre, giorno del suo 42esimo compleanno. Il dato è ancor più interessante perché ricorderai benissimo che in quei giorni girava su WhatsApp il pdf del libro, cosa che non mi era mai capitata. Come potrai immaginare anche io l’ho ricevuto da più persone. Però poi alla fine di copie del libro di Totti ne ho comprate tre. E probabilmente hanno fatto così in molti, visti i dati della classifica diffusi dalla Nielsen, un istituto di ricerca che fa classifiche sui consumi.

Questo è un altro dei soliti miracoli del nostro storico Capitano. Del fatto che Totti facesse dei miracoli me ne sono convinto definitivamente durante Roma-Torino, quella dei due gol in tre minuti, del sorriso amaro di Spalletti, della corsa sotto la Curva Sud e di tutto quello che sappiamo. Ero allo stadio, come molti di noi, e non lo dimenticherò mai.

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Noi.

Quando il libro uscì se ne parlò molto per via delle pagine dedicate al rapporto con Baldini e con Spalletti, che secondo Totti hanno avuto un ruolo chiave nella gestione del suo addio al calcio e alla Roma. Non sono ancora arrivato ai capitoli conclusivi perché ho iniziato a leggerlo da poco, ma ci tenevo a parlartene qui su Rudi perché “Un Capitano” è un libro che ogni romanista dovrebbe leggere.

Sono coetaneo di Francesco Totti, ho solo qualche mese in meno di lui, e ho vissuto perfettamente la città che lui descrive nelle prime pagine, quella dei campetti sotto casa, dei genitori che ti accompagnavano a scuola calcio, dei palloni che sbattevano sulle serrande dei negozi, mentre quando non c’era la serranda, la porta si faceva dalla ruota anteriore a quella posteriore di una macchina parcheggiata e come pallone si usava una lattina o una pigna.

La scrittura di Condò è rassicurante, la voce narrante in prima persona, e la cosa bella, scorrendo il libro, è che la descrizione di quelle istantanee così tenere di una città oggi così lontana sembra di ascoltarla dalla bocca di Totti. Non ho mai avuto la sensazione che tutto quello che c’è nel libro non fosse raccontato da lui. Per questo mi piace molto.

«A calcio giocavamo in cortile ma anche in strada, perché non esisteva ancora l’orario continuato e alle due i negozi abbassavano la saracinesca regalandoci, a volte fino alle cinque, le migliori porte che potessimo desiderare. La gente non ne era felice, perché ogni pallone calciato violentemente contro le serrande provocava un rumore esagerato e le conseguenti proteste, ma nessuno di noi se ne curava. Giocavamo “alla tedesca”, ovvero con passaggi corti e al volo, classico esercizio da marciapiede per evitare che la palla vada in strada. Nell’anno dello scudetto abbiamo segnato un gol così, al Perugia: tanti tocchi sotto porta senza che il pallone cadesse mai a terra».

In quegli anni Totti cresce, e noi di quella generazione che indosserà jeans, tobacco, bomber e sciarpe del Borussia Dortmund, cresciamo con lui. I telefilm nella tv in cucina con mamma e papà, fare sega a scuola (per chi non è di Roma, marinare la scuola) l’SH fifty, l’8 marzo al Luneur, le vasche a via del Corso, la Roma in 55 mila ogni domenica, il sabato la discoteca con i dj di Mondo Radio. Le lente abitudini delle famiglie di una classe media che sapeva vivere con il sorriso, meno schiacciata dalle incertezze dell’era digitale.

C’è tanto Totti nel libro, ma c’è anche tanta Roma, tante famiglie romane che hanno scavallato un secolo. E ci siamo noi che lo abbiamo vissuto e soprattutto tifato. Francesco Totti è stato per la nostra generazione il trofeo che nessun tifoso potrà mai alzare al cielo. La sua storia è ineguagliabile, in maniera relativa più grande della Roma stessa se pensi che su 90 anni (fino al 2017) lui ce ne ha giocati 25. Come si fa a raccontarlo a quelli che verranno dopo? Me lo chiedo sempre. Ma sarà un compito a cui non dovremo sottrarci.

Francesco Totti da bambino

Talento.

Un altro aspetto che mi ha colpito è quando Totti racconta della scoperta del suo talento. Ne fa accenno in diversi capitoli. Già da bambino capisce di essere un prescelto, di non potersi permettere solo il divertimento come tutti gli altri. Penso che per gestire una cosa così grande devi avere anche tanta personalità e tanto carattere. Quello che poi gli è sempre stato rimproverato di non avere, ma che io e te sappiamo non essere così. 

«Gioco nella Fortitudo da un annetto, è il campo sotto casa, nel cuore del quartiere. Tutti i bambini di Porta Metronia sono iscritti, così ogni estate viene organizzato un torneo, dodici squadre da otto giocatori, noi siamo il Botafogo e abbiamo vinto in finale sul Flamengo: il capitano è un altro, e quindi stasera sono venuto qui tranquillo, tanto sarebbe toccato a lui ritirare la coppa. Non sapevo che ci fossero pure i trofei individuali. Il dirigente mi consegna la targa, da qualche parte ci sono anche mamma e papà ma non li vedo, mentre Angelo (il suo amico, ndr) – che ovviamente è in squadra con me – sorride soddisfatto perché pensa che io abbia vinto la timidezza. Macché. Vorrei ancora sprofondare, ma una volta che duemila paia d’occhi ti hanno individuato non puoi più fare finta di niente».

Totti adolescente alla Lodigiani

Questa cosa Totti deve gestirla fin da bambino e poi da ragazzo. Nel capitolo dedicato alla Nazionale, per esempio, racconta della prima convocazione in Under 15, del timore nel sapere di essere il più promettente a Roma, ma magari nessuno in confronto al resto del Paese. Non era cosi.

«I raduni dell’Under 15 servono anche a questo, a misurarsi con i pari età che nelle altre regioni italiane stanno facendo lo stesso percorso: sarà più avanti il milanese, il romano, il friulano o il siciliano? Sono più avanti io. Aspetto un paio di giorni prima di prenderne ufficialmente coscienza davanti allo specchio, perché il test sia attendibile li voglio vedere tutti bene. Ma fin dalle prime partitelle, da quello che riesco a fare e dal modo in cui gli altri cominciano a guardarmi, capisco la mia dimensione. Non sono soltanto il più bravo di Roma, sono verosimilmente il miglior quattordicenne d’Italia, e quella che provo è una sensazione di pura euforia. Attenzione, non di appagamento: nel calcio è una parolaccia, non ti devi mai accontentare».

Il libro “Un Capitano” è pieno di spunti calcistici. Sono convinto che avremo modo di tornarci magari parlando di qualche altro aspetto specifico o di un personaggio di cui magari Totti ci svela cose che non avremmo mai immaginato. Per il momento mi fermo qui a questo racconto di un po’ di noi, gli ultimi ragazzi del secolo scorso.

patrizio.cacciari@rudi.news
@PatCacciari

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