Non è facile essere Robin

12/12/2018 di Valerio Albensi

Robin Olsen

Monchi aveva detto la verità.

«Ho provato a cercare un portiere di esperienza e di garanzia. Lui ha giocato la Champions ed è stato al Mondiale: è un portiere sobrio, non spettacolare ma con una buona tecnica, come i portieri che mi piacciono»

Il direttore sportivo aveva presentato così Robin Olsen lo scorso 4 agosto. Monchi voleva sostituire Alisson con un portiere affidabile e utilizzare gran parte delle risorse incassate dall’operazione con il Liverpool per rafforzare la rosa in altri reparti.

E il nuovo portiere della Roma ha confermato di essere quello che Monchi cercava. Dopo quel liscio da paura contro il Torino e un inizio difficile (lui stesso al Romanista ha ammesso le incertezze), Olsen è cresciuto di partita in partita, aiutato dal lavoro svolto con il preparatore Marco Savorani. Robin non è un top player e lo sappiamo, ma ha esperienza: ha giocato un Mondiale con la Svezia e si è già ambientato in Serie A. Il suo rendimento è in linea con le prestazioni dei suoi nuovi colleghi.

Olsen ha il 71,64 per cento di parate riuscite contro il 70,87 degli altri portieri (è la media ponderata dei giocatori che hanno disputato almeno dieci partite).

Nei 14 incontri giocati finora in campionato, Olsen ha ricevuto 67 tiri e ne ha parati 48 per un totale di 19 gol subiti.

Per darti un’idea, Handanovic ha il 77,97 per cento di parate riuscite ed è il migliore in Serie A. Seguono Sepe del Parma (77,91) e Szczesny della Juve (77,78). Donnarumma del Milan, portiere più quotato del romanista, è fermo al 67,27.

Molti tifosi chiedono a Olsen di essere meno timido e uscire di più: in effetti, è solo diciottesimo nella classifica delle uscite. Robin però si è tolto la soddisfazione di salvare la Roma con belle parate in diverse occasioni. Mi viene in mente il finale della partita con il Chievo, per esempio. E non si può accollare a lui il gol preso a Cagliari dopo quel rinvio nella zona centrale del campo: è molto più grave quello che fanno (anzi, non fanno) i suoi compagni.

Il riferimento è al film “Fight Club” e alla celebre frase “Il suo nome è Robert Paulson”

Però nel nome di questo gigante svedese c’è anche il suo destino. Lui, che si chiama Robin, è arrivato alla Roma dopo che ci eravamo abituati ad avere in porta Batman e cioè Alisson (be’, dimmi se dopo quei voli in casa dello Shakhtar non lo hai pensato davvero).

Un campione straordinario che lo scorso anno chiuse la stagione con un clamoroso 81,21 per cento di parate riuscite e che al primo anno in Premier League sta addirittura migliorando il suo rendimento: attualmente ha fermato l’85 per cento dei tiri che gli sono arrivati.?

Avere un fenomeno del genere in porta ha consentito alla prima Roma di Di Francesco di mascherare qualche problemino difensivo che c’era anche lo scorso anno, nonostante una solidità generale sicuramente diversa.
Una stagione fa la Roma chiuse il campionato con 28 reti incassate (oggi siamo già a 20, il doppio rispetto alle prime 15 giornate della scorsa Serie A), ma con un’aspettativa di reti subite decisamente più alta: 43.
Questo infatti è il dato di expected goals concessi, vale a dire le reti che la Roma avrebbe meritato di incassare in base alle conclusioni fatte dagli avversari. Guarda caso, sono esattamente gli stessi gol che la squadra avrebbe subito schierando un portiere con valori nella media, come Olsen.

Provando invece a ipotizzare un miglioramento delle sue prestazioni nella seconda parte di stagione e un dato di interventi riusciti in linea con quello avuto negli ultimi quattro campionati (76,22 per cento è la media ponderata dal 2015 a oggi), Olsen lo scorso anno avrebbe incassato otto gol in più di Alisson.

Facciamo un altro giochino (a noi di Rudi piace giocare con i numeri): quanti gol avrebbe incassato la Roma se nelle 14 partite di Olsen in Serie A avesse schierato Alisson? Con la media di un anno fa (81,25) il numero dei gol sarebbe sei in meno. Oggi la squadra di Di Francesco avrebbe 14 reti subite, una in più dell’Inter e le stesse del Napoli. Sì, lo so, i dati sono influenzati da un milione di variabili quindi questi sono discorsi che lasciano il tempo che trovano. Mi chiedo solo se non abbiamo sottovalutato l’impatto che ha avuto Alisson sulla classifica della Roma.

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È chiaro che il vero problema della squadra di oggi non è il rendimento del suo portiere. Monchi e Di Francesco in estate avevano probabilmente messo in conto di perdere qualcosa dopo questo cambio, come effettivamente è successo. Solo che, contemporaneamente, i grandi mutamenti del mercato non hanno mantenuto alto il livello di competitività della squadra nell’immediato (di questo ne abbiamo parlato una settimana fa).

La Roma è fragile, concede più conclusioni in porta e di questa situazione una vittima è certamente Olsen. Magari non saprà proteggere Gotham City come Alisson, ma paradossalmente possiamo ritenerlo un buon acquisto. Nonostante i tanti gol incassati. 

Non è colpa sua se i tiri arrivano da tutte le parti, contro qualunque avversario.

E forse ho trovato anche una risposta alla domanda che ci siamo fatti quando lo abbiamo visto da solo a terra dopo il colpo ricevuto nel finale di Cagliari-Roma e ci siamo chiesti dove fossero i suoi compagni: erano già usciti dal campo da un pezzo.

(fonte dei dati: WyScout)

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