Perché il St. Pauli ha potuto licenziare il giocatore Sahin

17/10/2019 di Patrizio Cacciari

Venerdì il mondo del calcio è stato scosso dai post di alcuni giocatori, tra cui il nostro Cenzig Ünder, di sostegno all’attacco della Turchia alle popolazioni curde residenti nel nord della Siria.

Non solo, l’opera di propaganda politica di Erdogan è proseguita anche in campo, dove i calciatori turchi, dopo il doppio impegno contro Albania e Francia si sono rivolti a fotografi e telecamere simulando il saluto militare. L’Uefa ha aperto un’indagine, sui social sono partite campagne di boicottaggio alla finale di Champions League del 2020 che si terrà a Istanbul. In Italia, Roma, Juve e Milan sono rimaste spiazzate dal comportamento dei propri tesserati e di fatto non hanno commentato l’accaduto ufficialmente.

Parecchi tifosi si sono lamentati, nel caso di Ünder proprio per il fatto che Cengiz abbia scelto una foto in cui indossava la maglia della Roma mentre faceva il saluto militare, risalente alla partita dell’11 febbraio 2018 vinta dalla Roma per 5-2 contro il Benevento.

 

Tutti in difficoltà tranne il St. Pauli

 

In molti hanno messo in evidenza il comportamento del St. Pauli, club tedesco di Amburgo che milita nella seconda divisione tedesca. Cenk Sahin, giocatore turco che milita proprio nel club del St. Pauli era finito nella bufera proprio per aver pubblicato anche lui sui social un post di sostegno all’azione militare.

Il club però ha reagito e lo ha licenziato. Ma per un motivo ben preciso.

Lo abbiamo chiesto a Marco Petroni, che nella vita fa l’insegnante, è un appassionato di calcio e cultura, ed è l’autore di un libro molto particolare, edito dalla casa editrice DeriveApprodi“St. Pauli siamo noi: pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo”.

Marco ci spiega subito una differenza fondamentale tra Amburgo e le altre realtà calcistiche tedesche e non solo: «Ho scritto libro per curiosità, dopo essere venuto a contatto con la realtà del St. Pauli grazie ad alcuni amici. Sono andato a vederlo allo stadio e lì è scoccata la scintilla. La differenza rispetto agli altri club è nella struttura societaria. Quando parliamo di St. Pauli dobbiamo parlare di tifoseria intera, non solo di ultras, e di associazionismo, concetto per noi molto astratto che niente ha a che vedere per esempio con l’azionariato popolare».

Quali sono le differenze? «L’azionariato è un concetto, passami il termine, “borsistico”, dove di fondo c’è di fatto sempre un’idea di profitto o guadagno, nel caso dell’associazionismo invece ci sono tifosi che partecipano attivamente alla vita del club, fanno delle proposte, cercano dei voti in assemblea e se trovano una maggioranza possono imporre le loro idee. Questo è quello che accade nel St. Pauli».

Marco Petroni non è stupito della decisione del club: «Tutt’altro. Lo sarei stato del contrario non appena ho letto del post di Sahin. Lo statuto del St. Pauli è molto chiaro. Alla base ci sono valori come l’antirazzismo e l’antifascismo, il ripudio di ogni guerra. Ogni tesserato che va a vestire quella maglia dovrebbe capire il contesto in cui sta andando a giocare».

 

Il caso di Padova

Marco ci fa notare un caso simile accaduto proprio in Italia, a Padova, qualche settimana fa«Vi ricordate la calciatrice esclusa dalla squadra femminile Quadrato Meticcio a causa di alcuni post anti immigrazione? Quello che è accaduto al St. Pauli è in tutto e per tutto simile. Poi ovviamente lì il discorso è molto più complesso: il St. Pauli basa la propria identità storica e politica sulle esperienze dell’autonomia e del movimento punk tedesco, per certi versi per la tifoseria vengono prima anche dei valori sportivi, c’è un’identificazione totale tra l’appartenenza al club e il modo di vivere».

Esperienze simili sono molto lontane dalla realtà italiana: «Questo perché – prosegue Petroni – il tifoso in Italia non ha molto spazio di manovra: va allo stadio, tifa, compra la maglia e basta. Se qualcosa non gli va come può incidere sulla vita del club? In nessuna maniera se non disertando lo stadio. L’esperienza del St. Pauli è partita dal basso, aggregando le persone, diffondendo un determinato tipo di valori».

Rispetto alle tendenze estremiste dell’Europa dell’est, di cui abbiamo visto alcuni episodi anche in questa sosta per le nazionali, in Germania il contrasto a determinati fenomeni di razzismo negli stadi sembra più forte: «La Federcalcio tedesca da qualche anno sta diffondendo un determinato tipo di messaggi, mentre nelle curve anche di grandi club come Bayern o Borussia c’è una certa emarginazione verso i gruppetti di estrema destra, che proliferano però in quelle della Germania Est, come per esempio l’Hansa Rostock o la Dinamo Dresda. Credo tuttavia che si possa fare poco dall’alto per contrastare questo fenomeno. Come St. Pauli ha ben evidenziato, l’aggregazione e la condivisione di spazi e idee è la forma di migliore difesa verso l’estremismo».

Tra un mese circa uscirà la nuova edizione del libro. Se vi interessa, tenete d’occhio questa pagina.