Perché non bisogna smettere di ricordare Giuliano Taccola

14/03/2019 di Rudi

Questa mattina Claudio Ranieri ha chiuso la conferenza stampa anticipando che la Roma sabato contro la Spal ricorderà Giuliano Taccola nel giorno dei 50 anni della sua morte. Ranieri aveva 17 anni ed era appena entrato nel settore giovanile della società quando il 16 marzo 1969 l’attaccante della prima squadra morì negli spogliatoi dello Stadio Amsicora di Cagliari: «Lo ricordo perfettamente perché, oltre a essere stato tifoso, io quell’anno entrai nella Roma. Giuliano è per sempre nel mio cuore». Nel pomeriggio, la Roma ha mostrato la patch che sarà applicata alla manica sinistra della terza maglia sabato: la scritta “GIULIANO” seguita dal logo della Hall of Fame, istituzione del club in cui Taccola ha fatto il suo ingresso lo scorso novembre.

Il destino vuole che questa ricorrenza arrivi proprio nel giorno di una partita della Roma a Ferrara, sul campo di un avversario a cui Taccola segnò uno dei gol più belli della sua breve carriera. Questo qui sotto.

In quel tragico 1969, Giuliano muore a 25 anni per un arresto cardiaco, lasciando una moglie e due bambini di sei e quattro anni.

La sua vita finisce in circostanze oscure, tra attacchi febbrili ricorrenti, accuse tra medici e negligenze che non hanno mai consentito di accertare la verità. La scomparsa di Taccola è una ferita che il tempo non ha rimarginato e che ancora oggi lascia un senso di ingiustizia profondo: è, insomma, una delle pagine più buie della storia della Roma e del calcio italiano. Da quegli anni, per fortuna, il mondo dello sport è molto cambiato, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione per la salute degli atleti.

giuliano taccola

Chi era Giuliano Taccola

Quando Giuliano comincia a stare male, a fine dicembre del 1968, è ormai considerato uno dei migliori attaccanti italiani, una rivelazione. Sta disputando la sua seconda stagione alla Roma e nella prima, sotto la guida di Oronzo Pugliese, ha segnato dieci gol in Serie A e altri cinque nelle coppe: un bottino di tutto rispetto, considerando le medie-gol di quel periodo. Il pubblico romanista insomma ha già perso la testa per quel ragazzo umile, proveniente da un piccolo paese toscano, che in campo non si risparmia. E nel campionato con Helenio Herrera in panchina, che deve essere quello della consacrazione definitiva, Giuliano è già partito alla grande segnando sette gol in 12 partite.

Noi, che non possiamo avere ricordi, dobbiamo affidarci ai racconti dei suoi ex compagni di squadra o dei testimoni dell’epoca per capire le sue caratteristiche. Per Ciccio Cordova, «Taccola era sveglio, furbo, velocissimo – dirà alla trasmissione “Sfide” -. E si sapeva smarcare: aveva tutte le doti di un grande attaccante». Parole condivise da Sergio Santarini: «Era furbo. Sia dentro che fuori dal campo. Come giocatore era l’incubo di ogni difensore, se c’era una palla vagante in area, i difensori dovevano stare all’erta perché Giuliano era letale. Non so a quale giocatore di oggi potrebbe somigliare ma era di una rapidità impressionante».

Rapidità, uno straordinario senso del gol e “fame” sono le prime caratteristiche che saltano agli occhi guardando i video dei gol di Taccola che è possibile trovare su YouTube.

Come questa rete contro il Milan, all’Olimpico.

O il gol nella trasferta di Pisa, splendido: controllo in anticipo sul marcatore e destro micidiale.

Così quando in quel dicembre del 1968 gli attacchi febbrili ricorrenti costringono Taccola a saltare allenamenti e partite, Herrera si spazientisce temendo di perdere l’unico bomber della squadra.

Scrive Adriano Stabile in un articolo approfondito e ricco di dettagli sulla storia di Giuliano Taccola per il sito StoriadellaRoma.it

“Herrera si spazientisce perché lo vuole a disposizione mentre i medici tentano di dare una diagnosi e lo curano con gli antibiotici. «Herrera spingeva affinché il ragazzo tornasse a giocare – la testimonianza dell’allora presidente della Roma, Alvaro Marchini – se la prendeva con i medici che, secondo lui, lo curavano male».

Il professor Massimo Visalli comunica che Taccola è affetto da un vizio cardiaco, forse congenito, aggravato da continue tonsilliti. Herrera si infuria: «I dottori non capiscono niente! Taccola è un atleta. Loro non sanno nulla del cuore di un atleta».

Il 25 gennaio 1969 è ricoverato in clinica per un grave infezione alle tonsille e il 5 febbraio viene operato di tonsillectomia. Nonostante l’intervento l’influenza non passa, ma Herrera ha bisogno di lui. L’attaccante toscano torna ad allenarsi il 24 febbraio e, due giorni dopo, è in campo in Roma-Palermo 4-1 valida per il Torneo De Martino, il campionato riserve. «Taccola (che ha giocato solo un tempo) è apparso fiacco e può darsi dunque che il rientro sia rinviato», si legge sul quotidiano “L’Unità”.

Il 2 marzo 1969 Giuliano Taccola torna nuovamente in campo, per un’ora, contro la Sampdoria in campionato (match finito 0-0), ma la sera ha di nuovo la febbre e riprende a curarsi con gli antibiotici. Due settimane dopo, in vista della difficile trasferta di Cagliari, Herrera convoca il calciatore, che sta un po’ meglio, con la promessa ai medici di non farlo giocare.

Sabato 15 marzo l’attaccante romanista partecipa all’allenamento di rifinitura, poi rientra in albergo e si sente male in camera. Ha ancora la febbre, ma vuole restare vicino ai compagni e il giorno successivo assiste in tribuna al buon pareggio senza reti della Roma contro i sardi, secondi in classifica. A fine match entra negli spogliatoi per complimentarsi con la squadra, è rosso in volto per la febbre, si sente male, ha un giramento di testa e Santarini gli cede il suo lettino. La situazione precipita: il difensore giallorosso Paolo Sirena urla alla ricerca di aiuto, «Giuliano sta male, Giuliano sta male», mentre il portiere Alberto Ginulfi tenta un’improvvisata respirazione bocca e bocca.
Di lì a poco Taccola muore per arresto cardiaco nonostante il tentativo di soccorso dei medici e il trasporto in ospedale. Il decesso viene certificato alle 17.55 di quel tragico 16 marzo 1969″.

Pesanti le dichiarazioni di Cordova a “Il Romanista” nel 2005: «Giuliano era il mio migliore amico, dividevamo sempre la stanza, in ritiro, fu così anche quella volta a Cagliari: era debilitato da tempo, dall’operazione alle tonsille. Il cuore? No, se ne era parlato, ma si era sottoposto a moltissimi esami e per quello era idoneo. Invece da ormai due mesi accusava stati febbrili ogni due o tre giorni, che venivano curati con antibiotici. La società aveva pensato di dargli un periodo di riposo, da trascorrere al Terminillo, ma Herrera, anche grazie ad una stampa compiacente, poiché lui era il “Mago”, era troppo preso dalla fame di successi per rinunciare ad un giocatore come lui […]. Herrera lo fece allenare la mattina stessa sul lungomare di Cagliari e al termine si vedeva chiaramente che Taccola non poteva assolutamente giocare: per questo andò in tribuna. Ma non è vero che Giuliano morì a Cagliari: per me era stato il comportamento di Herrera a minarlo nel fisico. E l’allenatore, subito dopo la tragedia, disse che “la vita continuava” e che “dovevamo tornare a Roma, in ritiro ad Ostia” perché c’erano altre partite nel corso della settimana. All’aeroporto di Cagliari ricordo che io, D’Amato e gli altri, a quelle parole, stavamo per mettergli le mani addosso»”.

Ai funerali, quattro giorni dopo, all’interno e all’esterno della Basilica di San Paolo, a Roma, ci sono circa 50mila persone sotto shock, un’impressionante marea di romanisti con le lacrime agli occhi. Sembra un incubo, ma purtroppo non lo è.

Sulla morte parte un’inchiesta della procura di Cagliari per accertare eventuali responsabilità nel decesso, ma viene archiviata. Ecco la ricostruzione della Gazzetta dello Sport nell’articolo “Taccola, morte di Stato” pubblicato il 13 marzo 2016.

”L’autopsia rivela: Taccola aveva la broncopolmonite da almeno 15 giorni. Non solo, c’era un leggero soffio al cuore scoperto dai medici della Roma: per timore che all’attaccante non ve­nisse concessa l’idoneità necessaria per l’attività agonistica, il club per due anni gli avrebbe fatto salta­re la visita obbligatoria, non rispondendo ai solle­citi del Coni. Così si legge negli atti: sono inadem­pienze che spingono il pm a indagare i due presi­denti della Roma a cavallo tra il 1968 e il 1969, il politico Dc Franco Evangelisti (braccio destro di Giulio Andreotti) e il costruttore Alvaro Marchini (comunista fervente tanto da aver donato al Pci la sede di Botteghe Oscure; la figlia Simona sposerà Ciccio Cordova, capitano giallorosso). L’ipotesi di reato è omicidio, da capire se colposo, preterinten­zionale o volontario. […] Ma tutto si arena: il pm è trasfe­rito a Pisa, l’inchiesta cade nell’oblio e, dopo una memoria difensiva inviata dalla Roma, viene ar­chiviata non si sa da chi. Di più: la vedova non può opporsi perché le carte sono un segreto di Stato.

Da quel 1969 cala il silenzio sulla morte di Taccola. Da quel 1969 la signora Nannipieri aspetta l’arrivo di una cosa chiamata giustizia. […] «In tutti questi anni la Roma e le istituzioni sportive si sono trincerate nella più assoluta indif­ferenza sospira Marzia. Anche l’Aic si è rifiutata di tutelarmi. Né un ricordo, né un fiore, né una presenza alla tomba di Giuliano, né una risposta alle mie innumerevoli lettere. Insieme con mio marito è stata sepolta pure la sua famiglia. Giulia­no è deceduto sotto contratto e sul luogo di lavo­ro: doveva esserci garantita una vita dignitosa, l’invio mensile del vitalizio previsto dalla legge. C’è stato negato ogni aiuto solo perché mi sono permessa di chiedere giustizia»”.

Una giustizia che ancora oggi non è arrivata.

Sono passati 50 anni da quel tragico pomeriggio di marzo, quando Giuliano perse la vita nello spogliatoio di uno stadio. Il suo ricordo però è più vivo che mai nei tifosi della Roma, che in un derby di quattro anni fa lo inserirono nei 16 campioni della coreografia accompagnata dallo striscione: «Figli di Roma, capitani, bandiere: questo è un vanto che non potrai avere».

Giuliano, che era toscano di Uliveto Terme, è diventato figlio di Roma e bandiera perché per la Roma ha perso la vita.

È anche per questo che la sua storia dovrà sempre avere un posto speciale nel cuore di ogni romanista.

[foto tratte dal bellissimo sito asromaultras.org}

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