Perché quasi 30 anni dopo parliamo ancora di Ultrà

31/07/2019 di Patrizio Cacciari

Alessandro Tiberi Ultrà

«Dai su vieni insieme a noi
Grida e canta più che puoi
E puoi star sicuro che
Che di meglio no non c’è
Siamo qui
Siamo là
Della Roma
Siam gli Ultrà»

Dì la verità, mentre rileggevi questo vecchio coro della Curva Sud, nella tua testa lo hai canticchiato, vero? Sono sicuro che ti sarà tornata in mente anche la prima scena di Ultrà, film di Ricky Tognazzi, uscito nel 1991, interpretato da Claudio Amendola (Principe) e Ricky Memphis (Red).

Sono passati quasi 30 anni da Ultrà, una delle poche pellicole che ha affrontato il tema delle curve e del tifo in Italia. Senza tener conto delle commedie Fratelli d’Italia ed Eccezzziunale… veramente, l’unico titolo che mi sento di suggerirti, se sei interessato a questo argomento, è Ragazzi di stadio, uno storico documentario del 1980, in cui Daniele Segre ha raccontato i giovani frequentatori della allora “Curva Filadelfia”, dei tifosi della Juventus. Naturalmente c’è anche il famoso documentario della Rai del 1980 proprio sul Cucs, oltre a quello del 1991 che racconta della finale di Coppa Uefa tra Roma e Inter,  con protagonisti alcuni storici volti del tifo romanista (Peppone dei Fedayn e Pinuccio dei Boys).

Ma come vero e proprio film Ultrà è stato unico nel suo genere. Nel 2009 uscì L’Ultimo ultras, film di Stefano Calvagna, ma non ebbe molto successo, a differenza di Ultràpremiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino ex aequo con Il Silenzio degli Innocenti, e con tre David di Donatello.

Cerchiamo di storicizzarlo e capire cosa ha raccontato davvero e dove è mancato nella narrazione.

Il contesto storico

Ultrà uscì il 1° marzo del 1991. Era da poco scomparso il presidente Dino Viola, mentre di lì a pochi mesi la Roma giocò la finale di Coppa Uefa contro l’Inter e vinse la Coppa Italia contro la Sampdoria. La stagione precedente è ricordata da tutti come l’anno del Flaminio. Lo studio da parte degli autori del film (la sceneggiatura è di Giuseppe Manfridi, Graziano Diana e Simona Izzo) avvenne dunque in un periodo in cui la tifoseria romanista era in grande spolvero.

Sì è verò, c’era stata la rottura nel Cucs dopo l’arrivo di Manfredonia, ma tra Commando, Boys, Fedayn e Opposta Fazione possiamo dire che quel periodo è stato come uno dei migliori per qualità del tifo, trasferte oceaniche e per certi versi anche unità di intenti tra gruppi considerando la questione logistica Flaminio della stagione 1989-90 e la cavalcata Uefa del 1990-91. Si erano appena svolti inoltre i Mondiali di calcio in Italia con il rifacimento dei vecchi stadi e la costruzione di nuove strutture.

Alessandro Tiberi Ultrà

Di cosa parla Ultrà?

Il film di Ricky Tognazzi racconta la trasferta a Torino contro la Juventusdi un gruppetto di teppisti di borgata, tifosi della Roma, componenti di una mai esistita Brigata Veleno. In un certo senso il film inquadra il fenomeno dei cosiddetti cani sciolti, ovvero gruppi di amici, a volte sbandati, che non si riconoscevano nei gruppi leader di allora ma ne restavano ai margini, creando spesso problematiche ai gruppi stessi.

Raccontano alcuni vecchi tifosi di allora che quello dei cani sciolti era un fenomeno presente nelle trasferte già dai primi anni Ottanta, quando la Roma era capace di spostare a Milano, Torino, Firenze, dalle 10 alle 15mila persone. Fai attenzione a un particolare: anche se tu stesso hai vissuto trasferte oceaniche più recenti (Bari 2001 o Chievo 2010) non pensare che in quegli anni fosse scontato per le tifoserie seguire la propria squadra del cuore fuori casa. Per esempio a Roma venivano in pochi.

Per i gruppi organizzati era impossibile controllare un numero così elevato di persone, provenienti da tutti i quartieri della città. Quando la Roma giocava in trasferta, fin dal mattino iniziavano ad arrivare in treno nelle città ospitanti gruppetti di tifosi che si riversavano per le vie del centro e poi nelle zone limitrofe dello stadio per ore prima dell’inizio della partita. Puoi immaginare con quali conseguenze. Non è un mistero, per esempio, che le grandi amicizie che i tifosi della Roma avevano coltivato con tifoserie come quella viola o del Milan, finirono proprio a causa del comportamento indisciplinato dei cani sciolti.

Come venne accolto Ultrà dai tifosi della Roma?

Se parliamo dei gruppi allora la risposta è male, anzi molto male. I tifosi della Curva Sud sapevano che si stava lavorando a un film su di loro, Ricky Tognazzi fu ospitato più volte durante le trasferte, lo stesso Claudio Amendola era vicino, proprio agli inizi della sua carriera di attore, al Commando. Inoltre, molti figuranti del film parteciparono ad alcune scene. Perché allora non è piaciuto? Perché in effetti manca un pezzo: il racconto del tifo, i sacrifici portati avanti durante la settimana, la realizzazione del materiale per le coreografie, l’organizzazione che all’epoca c’era prima di ogni partita, durante la settimana. Per esempio il Cucs curava per la partita casalimga una fanzine molto interessante. 

Le difficoltà negli spostamenti, il caro biglietti, la repressione sono temi che non vengono mai sfiorati dal film, se non con qualche battuta. In una recente intervista alla rivista specializzata Ciak, Ricky Tognazzi  è tornato su Ultrà raccontando che la scelta dei romanisti come protagonisti avvenne in un secondo momento: «[…] Inizialmente tentammo di inventare una squadra di calcio, ma non avrebbe avuto alcun senso. Quindi partimmo da Roma per cercare di legare la pellicola a una territorialità profonda. Fu una gestazione molto lenta, complessa, a partire dalla sceneggiatura per cui furono fondamentali due persone: Simona Izzo, che riuscì a osservare il fenomeno da un punto di vista anche femminile, e Giuseppe Manfridi che aveva scritto un monologo a teatro e che in parte si ascolta nel film, quando Amendola si arrabbia al telefono in diretta con quella trasmissione sportiva».

La telefonata di cui parla Tognazzi è quella che Principe fa a Michele Plastino durante una puntata della trasmissione Goal di Notte. All’epoca i rapporti tra Plastino e la Curva Sud erano ottimi, molto spesso le telecamere di Teleroma 56 entravano in curva per riprendere momenti di tifo. Anche quella telefonata, che poi si conclude con una censura da parte di Michele, in realtà racconta in maniera esasperata quello che era un rapporto invece molto buono tra mondo ultrà e mezzi di comunicazione, oggi impensabile.

Principe Ultrà Claudio Amendola

La prima del film

Ultrà arrivò nelle sale di Roma la prima settimana di marzo. Racconta un vecchio articolo di cronaca di Repubblica: «Quasi duecento ragazzi si sono dati appuntamento davanti al Royal di via Emanuele Filiberto alle nove di sera. Sono arrivati con le macchine cariche di volantini firmati dai Boys, dai Fedayn e dai Veri Ultrà (forse per rimarcare meglio la differenza con i tifosi-attori). […] Questo è un film pericoloso sostengono perché i ragazzi più piccoli, andandolo a vedere, potrebbero esaltarsi e fare le stesse cose quando escono dal cinema… Hanno anche detto che per fare questo film si sono avvalsi della consulenza di alcuni di noi. Forse hanno scambiato per consulenze le comparsate… E poi è un film a cui manca obiettività: perché non fa vedere tutte le cose belle del tifo, gli striscioni, la solidarietà?».

Insomma, Ultrà ai veri ultrà non piacque per i motivi che abbiamo visto. Ma davvero il racconto fu così lontano dalla realtà?

La drammatica scena finale di Ultrà

No. La violenza nel tifo c’era anche allora ed era tanta, quasi incontrollabile, come confermano le cronache. Nella scena finale del film, Principe per errore accoltella l’amico Smilzo, a causa di una sciarpetta bianconera sottratta in una precedente rissa. Tognazzi non anticipa la diffusione dei coltelli nel mondo del tifo (solo tre anni più tardi a Genova perderà la vita Vincenzo Spagnolo detto Spagna a causa di una coltellata inflitta da un ultrà del Milan di soli 18 anni), ma pone lo sguardo sull’incidente mortale che poteva accadere in mezzo a quella miscela esplosiva di rabbia e violenza.

Purtroppo nella storia del tifo della Roma ci sono due episodi che non vengono quasi mai ricordati. Il primo risale al 1982: i tifosi della Roma tornavano da Bologna con il treno quando improvvisamente al confine tra Umbria e Lazio un vagone prese fuoco, per cause mai accertate completamente. A perdere la vita fu un ragazzino di 14 anni, si chiamava Andrea Vitone, abitava in Via Livorno. È una storia molto brutta e dimenticata, fatta di vendette e sparizioni, ti rimando, se vuoi approfondire, al materiale raccolto dall’avvocato Contucci su questa pagina.

L’altra tragedia accade quattro anni dopo, al ritorno da Pisa. Ancora un treno che prende fuoco e un ragazzino, stavolta di 16 anni che ci rimette la vita. Si chiamava Paolo Siroli. La Roma una settimana dopo perse lo scudetto in casa con il Lecce. La sua storia la trovi qui.

Dunque la morte dello Smilzo di Ultrà, ucciso da un amico tifoso, è probabilmente un riferimento a quello che era accaduto in passato proprio a causa dell’enorme e incontrollato spostamento di una massa di tifosi che viaggiavano in condizioni di scarsa sicurezza.

Ultrà è dunque un film da bocciare? No, non lo è proprio perché è stato tuttavia un lavoro coraggioso, che ha toccato un tema molto delicato e molto difficile da raccontare. È certamente mancato il lato più folkloristico, della passione, del rapporto con i giocatori dell’epoca e con la città, ma ha fatto una fotografia di un fenomeno, quello degli emarginati delle curve, che molto spesso ha creato problemi agli ultrà stessi dipingendoli come non erano o esasperando i rapporti con lo Stato e distorcendo l’idea che l’opinione pubblica aveva del tifo organizzato.


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@PatCacciari