Ritratto insolito di Antonio Conte, il sogno dei romanisti

26/04/2019 di Patrizio Cacciari

Le ultime indiscrezioni confermano un certo pressing della Roma su Antonio Conte, l’uomo che sembra mettere tutti d’accordo. Non sarà facile battere la concorrenza delle altre big europee, Manchester United su tutti, mentre in Italia l’unica reale alternativa potrebbe essere la Juventus, se Allegri e Andrea Agnelli dovessero decidere di salutarsi a fine stagione. Difficile che l’Inter si privi di Spalletti dopo una qualificazione in Champions. Una scelta simile sarebbe inoltre troppo onerosa. Addirittura i bookmakers internazionali hanno quotato l’arrivo a Roma di Conte a 2,63, prima scelta davanti a Maurizio Sarri, che invece perde terreno e sale a 3,75.

Tutti d’accordo dicevamo, tifosi inclusi, anche se qualche malumore serpeggia per il passato bianconero di Conte, almeno sui social. Ma quanto è ingombrante questo passato?

Antonio Conte Juventus

La juventinità


Per capirne un po’ di più, sono andato a riascoltarmi la sua prima conferenza stampa da allenatore della Juventus e la sua prima intervista in esclusiva a Juve Tv. Ne emerge un ritratto chiaro del personaggio: Antonio Conte è uno juventino doc. Ma questo sembra non disturbare più di tanto la maggior parte dei tifosi della Roma che vedrebbero in lui quello che è stato un po’ Capello nell’era Sensi. L’uomo che saprebbe come farci vincere. Penso di potermi sbilanciare: dovesse arrivare a Roma, i tifosi andrebbero ad accoglierlo a piedi e lo porterebbero in trionfo già solo per il fatto di aver scelto questa piazza.

Ci sono alcuni aspetti della sua personalità che mi hanno colpito. Il primo è senza dubbio il concetto di juventinità, un termine che è lui stesso a usare più volte. Per esempio a un certo punto della conferenza gli chiedono come avrebbe impostato il rapporto con i senatori Buffon e Del Piero e Conte risponde così: «Loro conoscono la juventinità e sanno cosa significa vincere. Mi aspetto da loro grande cultura del lavoro, mi aspetto che non sbaglino niente, sono un valore aggiunto rispetto all’allenatore». Su questo fatto della juventinità Conte torna anche nell’intervista al canale ufficiale del club rispondendo a precisa domanda dell’interlocutore: «In questi anni senza Juve (i sette trascorsi dalla fine della sua carriera da calciatore e il ritorno a Torino da allenatore, ndR) ho preferito viaggiare ma il cuore è sempre rimasto legato all’ambiente bianconero. Ho girato con l’unico obiettivo di tornare a casa. Bisogna essere fieri della juventinità, non è una cosa per tutti, si trasmette tramite il lavoro, l’esempio quotidiano, il sacrificio». Conte è stato una vera e propria bandiera della Juventus. Come Del Piero e Buffon.

Ha trascorso la sua intera carriera da calciatore nella Juve, a parte gli inizi nel Lecce. Ben 13 stagioni, indossando per parecchi anni la fascia di capitano, in cui ha vinto cinque scudetti, una Coppa Italia, quattro Supercoppe Italiane, una Coppa Uefa e una Champions League, proprio a Roma, il trofeo a cui si sente più legato: «La prima cosa che ho fatto appena sono entrato qui (nella stanza dei trofei, ndR) è stato accarezzare quella coppa. La sento mia e so che significato ha per i tifosi juventini». Se cercavamo dunque un episodio importante che potesse legarlo in qualche maniera a Roma, lo abbiamo trovato: la finale del 1996 vinta contro l’Ajax ai rigori proprio allo Stadio Olimpico.

Anche sulla panchina, dove è rimasto seduto per tre stagioni, le vittorie sono state tante: tre scudetti, due Supercoppe italiane, oltre al record di 102 punti nella stagione 2013-2014. Poi quella stessa estate, a ritiro iniziato, e con anno di contratto ancora in essere, l’improvvisa rottura e la risoluzione consensuale del contratto. Queste le sue parole di addio: «Vincere è difficile e comporta tanta fatica, quando si è in una società come la Juve vincere diventa quasi un obbligo, ma chi ha dimostrato di essere vincente sopporta benissimo fatica e pressioni». L’espressione del suo volto riassume perfettamente il suo stato d’animo al momento dei saluti.

Perché Antonio Conte dovrebbe venire alla Roma?

Tutto dipenderà dal progetto che Pallotta sarà in grado di presentargli in caso di apertura di una trattativa vera e propria. Riportare uno scudetto dove è così difficile vincerlo sarebbe un’impresa straordinaria e una sfida suggestiva. Così come potrebbe esserlo, però, riportare la Champions a Torino, dove evidentemente non basta nemmeno comprare Cristiano Ronaldo. Per questo è importante non farsi illusioni. Conte è nella posizione privilegiata di ascoltare tutte le proposte e scegliere quella che lo stimolerà di più.

La fede

Scavando nel suo passato, alla ricerca di un qualche tratto che ne descrivesse ancora meglio la personalità, ho scoperto che Antonio Conte è un uomo di fede. Da ragazzino è cresciuto all’oratorio Sant’Antonio a Fulgenzio a Lecce. I genitori gli hanno trasmesso un’educazione cattolica, cosa che lui sta facendo con la figlia Vittoria. Va a Messa ogni domenica a mezzogiorno o alle 18. Nel periodo della Quaresima fa diversi fioretti, privandosi di dolci, caffè e del bicchiere di vino. In una interessante intervista al mensile Credere pubblicata nel 2014, racconta anche del suo rapporto con Dio: «Non invoco mai il Signore, lo ringrazio sempre, ogni sera, prima di andare a dormire. Prego la Madonna e tutti i santi, anche prima dei pasti faccio il segno della croce per ringraziare di quel che ho. Mi auguro di fare qualcosa che giustifichi tutto il bene che ho ricevuto».

Antonio Conte è un devoto di Papa Francesco: «Poco prima del matrimonio sono andato con la mia famiglia in udienza da Lui che ci ha regalato una pergamena di benedizione. Mi ha colpito, io ero andato da “peccatore”, con una figlia… Il Papa ci ha accolto in maniera semplice, mancavano delle sedie e si è alzato lui per prenderle. Sta trasmettendo valori molto importanti, come la semplicità […] Dove lo farei giocare?Davanti alla difesa, dove sta il cuore della squadra. È il ruolo di chi si deve sacrificare per la squadra». Interessante.

Papa Francesco non vive a Manchester. E Conte lo sa, visto che lo ha già incontrato. Se ci serviva un altro episodio importante della sua vita accaduto a Roma, quale migliore di questo?

Juventinità e fede sono dunque per Antonio Conte due valori, due concetti di vita in cui crede fermamente. Ma c’è anche un’altra cosa che ama spesso ripetere nelle sue interviste: «Non conta il passato, ma il presente». Lo disse appena arrivato alla Juve, lo ha ripetuto nel giorno del suo addio.

Se il sogno dovesse concretizzarsi, per i romanisti dovrà essere lo stesso: il passato juventino non dovrà essere il primo pretesto di critica feroce in caso di difficoltà. Conte sa quanto è difficile vincere dove si è abituati a farlo, ma non sa ancora quanto sia complicato riuscirci dove non succede quasi mai.

patrizio.cacciari@rudi.news
@PatCacciari

Iscriviti