Roma, un giorno questo dolore ti sarà utile?

31/01/2019 di Rudimin

Forse una squadra non lo è mai stata questa seconda Roma di Eusebio Di Francesco.

Non è un gruppo che sa dare una risposta collettiva nei momenti di difficoltà; non è un gruppo capace di proteggersi e di resistere quando le cose si mettono male. E proprio quando sembrava che l’altalena dei risultati fosse finita, è arrivata una nuova ricaduta, l’ennesima. Ed è stata una batosta, una delle peggiori della storia romanista, che ha riaperto la crisi riportando la squadra indietro di un mese e mezzo.

Su una cosa l’allenatore ha certamente ragione: questi calciatori non sanno aiutarsi e lottare per una causa comune. L’elenco dei casi preoccupanti è lungo: Bologna, Chievo, Spal, Udinese, Plzen. Ricordiamo l’atteggiamento nel finale della trasferta di Cagliari, partita in cui la Roma fu rimontata all’ultima azione dopo che la squadra avversaria era appena rimasta in nove. Non c’è coesione e anche di questo aspetto Di Francesco deve essere ritenuto in parte responsabile, come chiunque sia chiamato a gestire un gruppo di lavoro. I segnali che arrivano all’esterno sono chiari.

Eusebio Di Francesco

Le responsabilità della squadra

Prima della ripresa del campionato, il 17 gennaio, Aleksandar Kolarov in un’intervista aveva espresso un concetto che ora possiamo rileggere in maniera diversa dopo le rimonte subite contro Torino e Atalanta, e la disfatta in Coppa Italia. Parlava dell’ambientamento dei nuovi acquisti: «A parte Robin Olsen che è più esperto – aveva detto al Match Program ufficiale della Roma –il momento che ci è capitato ha permesso a tutti i nuovi arrivati di giocare di più e sentire veramente cosa sia la responsabilità; scendendo in campo tanto hanno acquisito questa consapevolezza».

Non vogliamo avventurarci nell’ipotesi di un conflitto generazionale tra i senatori del gruppo e gli ultimi arrivati, soprattutto i più giovani, ma è chiaro che in qualsiasi ambiente di lavoro la mancanza di sintonia tra i “vecchi” e i nuovi colleghi alla lunga crea fazioni, allontana. 

Le parole di Kolarov ci sembrano una spia, un indizio. Ripensiamo, allora, agli episodi più eclatanti come il nervosismo di Dzeko a Milano, i rimproveri dello stesso Dzeko e di Manolas a Kluivert nel secondo tempo di Bergamo (fatti anche da Cristante) e alla lite tra il numero nove e Cristante ieri dopo il 4-1 della Fiorentina. Una discussione sgradevole nata dalle parole dette da Dzeko al compagno dopo l’errore che ha portato al gol: l’ex centrocampista dell’Atalanta non se l’è tenuta, ha risposto probabilmente in maniera pesante e Dzeko ha fatto il gesto di calciargli il pallone addosso; i due poi si sono dati appuntamento negli spogliatoi per approfondire.

Un episodio che non può essere giustificato in alcun modo e che ha reso ancora più deludente la serata di Dzeko, entrato nel secondo tempo per guidare i compagni in un momento di difficoltà e finito per trasformarsi in uno dei principali artefici della figuraccia: Edin, entrato già carico, ha sfogato tutto il suo nervosismo contro l’arbitro Manganiello, che lo ha espulso (il referto chiarirà se si è trattato di un insulto o di un atteggiamento aggressivo e minaccioso nei suoi riguardi); senza di lui, nell’ultimo quarto d’ora la Roma è crollata ulteriormente incassando altri tre gol.

La squadra è tesa e lo ha dimostrato anche negli spiacevoli episodi alla stazione Termini prima della partenza per Firenze. E commette degli errori inspiegabili per dei calciatori esperti. Ieri al Franchi, così come a Cagliari, in campo c’era la difesa titolare, quella che dovrebbe avere maggiore esperienza. E invece abbiamo visto letture incomprensibili di situazioni difensive anche semplici, interventi scoordinati, imbarazzanti nella postura (vedi Manolas sul primo gol o l’improbabile ruleta al limite dell’area nel secondo tempo) o nelle scelte (Kolarov sul raddoppio). Che pensare poi della terza rete subita? In area c’era tutta la difesa della Roma oltre a Nzonzi e Cristante. Vogliamo parlare poi del rendimento di gran parte degli appartenenti alla “vecchia guardia”?

Gli errori di Di Francesco

C’è da dire che un disastro come quello di Firenze non era prevedibile. Il secondo tempo di Bergamo era stato l’ennesimo campanello di allarme in una stagione isterica, ma mollare in quella maniera è stato inaccettibile. Sul banco degli imputati c’è anche il mister.

Abbiamo spesso cercato di capire dove potessero nascondersi gli errori nella gestione di un gruppo caratterialmente limitato, come lui stesso ripete spesso in pubblico. Qualche giorno fa ci siamo anche spinti in un’analisi psicologica supportati dagli studi di un grande motivatore come Julio Velasco. L’ex ct della Nazionale di volley dice che un errore comune tra gli allenatori ex calciatori è quello di non uccidere il giocatore che è dentro di loro. Ma un altro aspetto è quello del dialogo tra il mister e la squadra. Cosa dice spesso DiFra alla fine della partita? «Proviamo sempre questo tipo di situazioni in allenamento, ma poi in campo facciamo altro». Esiste dunque un problema di compresione ma, come dice Velasco, non è importante ciò che viene detto, ma quello che viene compreso.

Di Francesco non si rende conto che la squadra in questo momento non comprende quello che lui vuole. C’è una crisi di rigetto.

A Firenze è stato evidente. La struttura fisica e atletica dei calciatori mandati in campo non riesce a tenere l’atteggiamento che il mister vorrebbe. E senza quell’atteggiamento (aggressione alta, movimenti coordinati, ricerca della profondità) quell’idea lì di calcio implode. Alle difficoltà di comprensione del gruppo vanno aggiunte anche le scelte, che a volte sono state sbagliate soprattutto a partita in corso.

Nel dopo partita Di Francesco ha rincarato la dose: «Sono deluso dalla squadra […] La tattica va a farsi friggere quando non è accompagnata da altre cose. Il resto non conta nulla». Ma le altre cose fanno parte dei suoi compiti. Il suo impegno non può limitarsi a spiegare la lezione a degli alunni che non apprendono. Forse c’è un problema di metodo che va messo in discussione.

Siamo andati a ripescare un passaggio molto interessante contenuto nella biografia di Totti. Perché lo facciamo? Perché lo troviamo un testo molto utile per comprendere cosa passa nella testa dei calciatori che compongono uno spogliatoio. In particolare quello di Trigoria.

Totti racconta del periodo di Rudi Garcia: «La batosta col Bayern segna un prima e un dopo nell’esperienza romana di Garcia. Lo deprime a tal punto da fargli perdere molte delle sue sicurezze. Anziché archiviare la partita come un incidente di percorso ci rimugina sopra per mesi, seminando così confusione in un’organizzazione tattica che aveva trovato il suo equilibrio. Garcia non è un allenatore da schemi ferrei, lascia la giusta libertà ai suoi interpreti, crea contesti di gioco nei quali puoi scegliere fra più soluzioni: il suo valore aggiunto è la serenità che trasmette, ma se è lui per primo ad averla persa, diventa complicato seguirlo»Anche Di Francesco ha avuto il suo Bayern, che non è il 7-1 di Firenze, ma il pareggio di Cagliari. Ricordi il suo sorriso isterico mentre Olsen raccoglieva incredulo nella propria rete la palla del 2-2 di Sau? Era l’8 dicembre. Sono passati quasi due mesi, la Roma in questo periodo ha messo insieme qualche buona vittoria ma nulla di più.

Gli errori di Monchi

Nel momento più difficile della stagione Eusebio Di Francesco non è solo. Al suo fianco c’è ancora una volta, con una coerenza che gli va riconosciuta, il direttore sportivo Monchi, in questa fase nel mirino di stampa e tifosi.

Anche Monchi, essendo a capo dell’area sportiva, ha responsabilità importanti. Pur cercando di comprendere gli obiettivi a medio-lungo termine della sua strategia, con il suo mercato estivo il ds ha abbassato il livello di competitività della squadra nell’immediato perché gli acquisti più importanti, quelli che dovevano rimpiazzare altrettanto importanti cessioni, si stanno rivelando dei flop. Pensiamo a Pastore, ma anche a Nzonzi. Quest’ultimo non sembra adatto a un gioco come quello di Di Francesco.

Monchi ha fatto già una scelta molto precisa: rimane accanto al suo allenatore. E, stando alle indiscrezioni di Sky, è pronto a farlo anche in caso di nuovo risultato negativo contro il Milan, nonostante le perplessità di Pallotta. Il direttore sportivo ha deciso che l’errore sarebbe esonerare Di Francesco: chiama i calciatori ad assumersi le proprie responsabilità, consapevole che la rosa sia più forte di quello che abbiamo visto finora. Una scelta rispettabile, che comprendiamo, ma che ci sembra un rischio troppo grande: c’è in ballo una qualificazione alla prossima Champions League e ci sono gli ottavi di finale contro il Porto da onorare.

La serata da incubo di Firenze ha detto in maniera drammatica che tra questo allenatore e la squadra il feeling si è interrotto. Ed è un peccato se pensiamo che meno di un anno fa la Roma entrava tra le prime quattro squadre d’Europa. Serve una scossa: nuove idee, nuovi metodi di lavoro. Perché una delle partite peggiori di sempre qualcosa dovrà pur insegnare.

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