Sarri, la Lazio, De Ligt: 4 domande che ci facciamo sulla Juve

10/01/2020 di Rudi

cristiano ronaldo

Cos’è cambiato da Allegri a Sarri?

È cambiato praticamente tutto, se parliamo di principi di gioco.

Se non vi fidate di noi, sentite le parole di Giorgio Chiellini a Sky, un mese fa, quando chiesto come fosse cambiato il modo di difendere della squadra.

«Sono due concezioni diverse di difendere, non ce n’è una migliore e un’altra peggiore. Le squadre di Sarri anche negli anni scorsi riuscivano a mantenere solidità difensiva quando riuscivano a mantenere alta intensità e pressione sulla palla lontano dalla porta. Quando, per vari motivi, si trovavano a difendere vicino alla propria porta si trovavano in difficoltà, perché è una ricerca costante di stare nell’altra metà campo anche in fase difensiva. Con Allegri, invece, era diverso: o si provava a recuperare subito la palla o si tornava indietro, difendendo dietro la linea della palla anche con otto o nove giocatori. Un modo di giocare che aveva vantaggi e svantaggi, perché chiaramente quando recuperi la palla più basso fai più fatica ad andare avanti. Secondo me bisogna avere più emozione nel bel gioco, cercare di farlo un po’ di più. Abbiamo bisogno di una scintilla che ci dia qualcosa in più nell’aspetto emotivo. Negli anni scorsi l’avevamo nel difendere, spesso vincevamo 1-0. Ora dobbiamo trovarlo nel bel gioco, abituarsi a stare un po’ di là e rischiare. È un passaggio che dobbiamo fare per farci trovare pronti a marzo. Come contro l’Inter, lì abbiamo rischiato: Lukaku e Lautaro hanno avuto delle occasioni, ma abbiamo giocato con spavalderia meritando di vincere».

Da un punto di vista dei numeri generali, rispetto all’ultima stagione con Allegri in panchina le differenze non sono ancora così evidenti, almeno in apparenza. La Juve oggi ha cinque punti in meno (45 contro 50), ma è sempre al comando della classifica, anche se non da sola; ha segnato un gol in meno (35 contro 36), ma ne ha incassati addirittura sette in più (da 10 a 17) ed è un dato avvalorato anche dalla crescita complessiva degli expected goals concessi, 18,68 quest’anno secondo Understat.com rispetto ai 14,39 delle prime 18 giornate dello scorso campionato.

Va detto, a parziale attenuante per Sarri, che finora la Juve non ha avuto mai a disposizione il suo difensore migliore, Chiellini, che tra poco dovrebbe tornare in campo.

Al di là degli uomini, però, la Juventus, pur mantenendo il suo tipico Dna grazie al quale riesce a soffrire e a vincere tante partite di misura, quest’anno sta cercando anche di convincere.

La società ha capito che per imporsi in Champions League, il vero obiettivo stagionale, un gioco che punta molto alla sostanza non basta: per stare stabilmente tra le prime squadre d’Europa c’è bisogno di costruire anche un’identità di gioco forte e ambiziosa, di salire di livello.

Solo che per farlo c’è bisogno anche di tempo e avere Cristiano Ronaldo in squadra da solo non basta. La Juve finora ha fatto vedere un gioco convincente solo a tratti, non con regolarità. I giocatori sono passati ad avere compiti più definiti e meno legati alle capacità individuali.

La Juventus sta scoprendo una nuova circolazione del pallone, basata più sui passaggi corti, e la costruzione di un dominio incentrato sul possesso e sul gioco di posizione. È una squadra che passa molto di più per il centro rispetto a quella di Allegri, che cercava le fasce e i cambi di gioco costanti per aggirare le difese avversarie. La Juve si sta anche sforzando di recuperare il pallone più avanti, come detto da Chiellini, e i numeri le danno ragione: il PPDA, l’indicatore sulla qualità del pressing (sono i passaggi consentiti agli avversari per azione difensiva) è sceso da 9,16 a 7,40. La pressione alta sta iniziando a funzionare? Pare di sì.

Sul diverso approccio anche in fase difensiva è ormai storica una delle prime frasi di Sarri da allenatore juventino: «I calciatori devono cominciare a difendere quello che hanno davanti e non quello che hanno dietro». Difesa a zona integrale e squadra cortissima per cercare di recuperare palla il più avanti possibile.

Come ha fatto la Lazio a batterla due volte?

Battute a parte (lo sappiamo che che vi sono venute in mente), la Lazio è stata molto abile nel mettere a nudo le incertezze tattiche che la Juventus sta ancora dimostrando. Per esempio, ha controllato molto bene la zona centrale del campo accettando rischi sulle corsie esterne, dove però la Juve arrivava molto lenta e la squadra di Inzaghi poteva controllarla. Gli uomini di Sarri non sono riusciti ad alzare i ritmi del palleggio e, senza sbocchi validi sulle fasce, si sono condannati a sbattere tutta la partita contro un muro.

In costruzione, la Lazio poi è stata brava a muovere la palla in ampiezza mettendo in difficoltà il pressing alto della Juventus e costringendola a difendere spesso sul lato debole. E questo alla Juve non piace.

via GIPHY

Un’ottima analisi tecnica della partita di Supercoppa è qui.

La Juve è più vulnerabile di quella dell’anno scorso?

I numeri difensivi che abbiamo visto prima dicono di sì. Mettiamola così: questa Juventus è una squadra che sicuramente accetta di più di rischiare rispetto alla precedente versione, e questo inevitabilmente può comportare dei piccoli squilibri.

Su queste crepe dovrà insistere la Roma che non avrà l’abilità della Lazio nel difendere in maniera posizionale, ma che sa far girare il pallone molto velocemente

Perché De Ligt è finito in panchina?

Fa impressione vedere un giocatore pagato un’ottantina di milioni guardare i compagni dalla panchina. I primi mesi in Italia di Matthijs de Ligt non sono stati memorabili, tutt’altro, così da diverse settimane Sarri al fianco di Bonucci sta schierando Demiral.

Che gli garantisce più fisicità, aggressività sull’uomo e, più in generale, è in un periodo di forma ottimale. De Ligt, che probabilmente ha caratteristiche più simili a quelle di Bonucci, ha pagato anche l’infortunio di Chiellini, al fianco del quale avrebbe potuto crescere in fretta.

Sarri però ha detto: «La situazione è facile. In futuro diventerà il più forte difensore del mondo, io sono il più convinto di tutti su questo. Bisogna mettersi nei panni di un ragazzo di 19 anni che nel giro di pochi mesi deve giocare 23 partite, imparare una nuova lingua, un nuovo modo di allenarsi, di giocare e di vivere e quindi mi immagino il dispendio di energie fisiche e mentali che ha avuto questo ragazzo negli ultimi mesi. Ha fatto una buona crescita poi si è un po’ appannato anche per colpa di qualche acciacco avuto negli ultimi tempi. Mi pare una situazione di grande naturalezza. In questo momento abbiamo la fortuna di avere Demiral che sprizza energia ed è in grande condizione fisica e mentale».