Se si parla tanto di plusvalenze nel calcio c’è un motivo

03/07/2019 di Rudi

bilanci serie a

Questa mattina, il quotidiano La Repubblica ha anticipato un dato del Report Calcio 2019 della Figc, studio che sarà presentato nei prossimi giorni: nella stagione 2018-19, le società della Serie A hanno raggiunto quota 717 milioni di euro alla voce ricavi da plusvalenze.

Una cifra che conferma l’aumento delle ultime stagioni: tre anni fa, nell’annata 2015-16, il livello delle plusvalenze si era fermato a 376 milioni. Le società della Serie A, insomma, continuano a fare un ampio ricorso a questo sistema per far quadrare i bilanci e “nascondere il rosso della propria gestione sotto il tappeto”, scrive La Repubblica.

Naturalmente non tutte le plusvalenze sono potenzialmente tossiche.

Da mesi però sentiamo parlare del rischio di una nuova “bolla” per il calcio italiano, tant’è che la Federcalcio si è mossa per cercare di mettere un freno al meccanismo del diritto di riacquisto dei calciatori, regolamentato durante la gestione commissariale. Anche se pare che i club abbiano già escogitato il modo per aggirare le limitazioni con un “gentlement agreement” che consentirebbe alle società che cedono un giocatore di mantenere comunque un controllo.

Cerchiamo di chiarirci le idee sulle plusvalenze nel calcio?

Cosa sono le plusvalenze e perché sono importanti per le società

Quando una società acquista un calciatore, il primo effetto è che il valore di acquisto del cartellino viene iscritto in bilancio nell’attivo dello stato patrimoniale alla voce “immobilizzazioni immateriali”. Nel conto economico il nuovo acquisto incide solo in parte.

Per esempio, il nostro club di fantasia denominato Longobarda acquista per 10 milioni il giocatore Aristoteles e sottoscrive con il calciatore un contratto per cinque stagioni.

Avendo in programma di utilizzare questo “bene” per cinque anni, il valore del cartellino dovrà essere distribuito uniformemente nei costi del conto economico dei cinque bilanci relativi, come prevede il principio di ammortamento. Con il passare delle stagioni, il valore contabile del cartellino diminuirà di un quinto: dopo la prima stagione, Aristoteles avrà un valore di 8 milioni anziché 10.

Calcolare il valore residuo è fondamentale per determinare se, al momento della cessione del giocatore, la società ha realizzato una plusvalenza o una minusvalenza. Se per esempio, dopo un anno la Longobarda decidesse di cedere Aristoteles alla Marchigiana per 16 milioni avrebbe realizzato una plusvalenza di otto milioni (e non di sei).

via GIPHY

Plusvalenze “sane” e plusvalenze che possono far male

Dietro a una plusvalenza “sana” c’è l’ottimo lavoro di scouting di una società, che riesce a valorizzare un calciatore e a rivenderlo a una cifra molto più alta del valore residuo di bilancio, ma soprattutto c’è un reale esborso di denaro da parte del club che acquista. Un esempio concreto: la Longobarda scopre Aristoteles sui campi polverosi di periferia di una grande città brasiliana, lo lancia in Serie A e un anno dopo lo vende a 30 milioni al Psg. La valorizzazione dei calciatori è una fonte di ricavi vitale per i club, che possono così ottenere le risorse necessarie per svilupparsi e crescere.

Diverso invece è il sistema della plusvalenze “fittizie”, così definite perché servono soltanto ad aggiustare i conti e non hanno alcun senso dal punto di vista sportivo.

Se, per esempio, la nostra Longobarda sta per chiudere il bilancio con un passivo di 10 milioni e la proprietà non può ripianare la perdita (e chiaramente non vuole privarsi dei migliori calciatori), potrebbe cedere il giovane sconosciuto Margheritoni alla Marchigiana per una cifra più alta rispetto al suo reale valore (quei 10 milioni, appunto) senza che la società acquirente sborsi concretamente la somma: basterà infatti scambiare con la Longobarda un altro giovane o calciatore di secondo piano per la stessa cifra. 

Il meccanismo contabile che rende possibile il giochino è che i costi non incidono direttamente sull’esercizio in corso, ma vengono ammortizzati, al contrario dei ricavi. 

margheritoni

Limiti alla “recompra”, ma…

Fino a un’estate fa, abbiamo assistito alla chiusura di tante operazioni di mercato con la clausola di riacquisto del calciatore: la Longobarda cede Margheritoni alla Marchigiana per cinque milioni e si impegna a ricomprarlo a sette dopo uno o due anni. Così facendo, la Marchigiana sostiene un esborso immediato, ma sa già che in futuro avrà una plusvalenza e otterrà anche un vantaggio economico rispetto al prezzo di acquisto. 

La Figc è intervenuta di recente con l’obiettivo di mettere un freno a questo genere di operazioni. La “recompra” non ha più effetti sotto il profilo fiscale se non quando viene effettivamente maturata“Dunque, sul piano contabile– scrive Il Sole 24 Ore – la recompra potrà produrre plusvalenze o minusvalenze soltanto al momento dell’esercizio o della rinuncia del diritto di opzione, possibile solo ed esclusivamente nel primo giorno di trasferimenti previsto nella finestra estiva di mercato della seconda stagione successiva a quella nel corso della quale è avvenuta la cessione definitiva”.

Alcuni giornalisti esperti di calciomercato però nei giorni scorsi hanno riportato di accordi non ufficiali tra società che di fatto aggirano le nuove norme: il club che acquista si impegnerebbe a garantire un diritto di “recompra” all’altro club e in questo modo chi vende può iscrivere subito a bilancio la plusvalenza.

L’altro elemento che favorisce il ricorso alle cosiddette plusvalenze “fittizie” è l’impossibilità di stabilire il giusto valore economico di un calciatore: non esistono parametri, algoritmi o sistemi che possono aiutare gli organi inquirenti o giudicanti a stabilire con esattezza l’esatta quotazione di un ragazzo, soprattutto se giovane. Perché, al di là delle prestazioni, il prezzo di un giocatore spesso è definito attraverso il parametro soggettivo che è la potenzialità. Il caso di Zaniolo è emblematico: la scorsa estate i 4,5 milioni pagati dalla Roma all’Inter potevano sembrare una valutazione generosa, ma adesso quella cifra non arriva a coprire neanche il dieci per cento del valore di mercato del ragazzo. 

Secondo Marco Bellinazzo de Il Sole 24 Ore
“Esiste un’alea dunque difficile da sindacare nei casi concreti. È difficile affermare che Sturaro valga a oggi tutti i soldi pagati dal Genoa. Ci sono tuttavia strategie che legano le società con operazioni spalmate su più anni, che danno una motivazione a certe cifre. E non si può qualificarle come irregolari a cuor leggero.

Tuttavia laddove emerga un “sistema” volto ad abbellire/correggere i bilanci con cessioni gonfiate o fittizie, le istituzioni calcistiche dovrebbero trovare il coraggio di stabilire nuove e proprie regole di valutazione il più possibile precise e combattere questo “doping amministrativo”. Altrimenti, saranno la crisi di tutto il comparto e i default a catena a presentare il conto. E stavolta potrebbe essere ancora più salato”.

Effetti collaterali

Il principale effetto indesiderato di questo meccanismo di vendite e riacquisti è l’aumento dei debiti della società che vende il calciatore e questo può sembrare un paradosso. A mettere a rischio i conti futuri è infatti l’aumento dei costi di ammortamento, vale a dire tutte le piccole quote di utilizzo dei “beni” da parte del club società (il prezzo di acquisto del giocatore ripartito per ogni anno di contratto). 

Quindi le operazioni di compravendita che non hanno un fine tecnico finiscono non solo per nascondere le perdite e rinviare il momento in cui una società dovrà fare i conti con la realtà, ma aggravano la situazione economica per le stagioni successive.

Scrive Pippo Russo sul sito Calciomercato.com:

“Si ha A in casa, e di norma si tratta di un giovane promettente che in bilancio pesa per cifre irrilevanti se non per 0 euro. Lo si vende a un prezzo X, che per definizione è molto generoso, e grazie a ciò si realizza una plusvalenza. Ma ci si impegna anche a riprenderlo due anni dopo a un prezzo X + 1, e dopo averlo ripreso lo si trasforma in nuovo attivo di bilancio che però va sottoposto al ciclo dell’ammortamento. E se invece quel calciatore fosse stato mantenuto nei propri ranghi, senza essere sottoposto al meccanismo vendi-e-ricompra, cosa sarebbe successo? La mossa avrebbe avuto due effetti. Il primo: il calciatore non avrebbe generato plusvalenze. Il secondo: il calciatore non avrebbe costituito un attivo di bilancio, perché i suoi diritti pluriennali non sono mai stati acquisiti”.

Sistemare i bilanci grazie alle plusvalenze “fasulle” è un metodo rischioso che è già sfuggito di mano in passato alle nostre società. Ricordi il decreto “Salva Calcio”? Aiutò le società a spalmare i debiti derivanti dalla gestione dei calciatori, che avevano raggiunto livelli preoccupanti.

L’Inter e gli altri

I ricavi derivanti dal calciomercato sono una voce importante per tutte le società, anche quelle più ricche. Ogni club ha scelto una strategia precisa, tutte regolari. L’Inter, per esempio, ha imboccato la strada delle operazioni con i giovani del vivaio, una miniera da 24 titoli in nove anni. Solo nelle ultime cinque stagioni, la società nerazzurra secondo una stima de Il Tempo ha generato 150 milioni di plusvalenze che sono state preziose per rientrare nei parametri del fair play finanziario. Tutto facile? No, perché al di là del discorso sui costi che aumentano, queste operazioni in certi casi hanno fatto perdere all’Inter il controllo su talenti importanti, come Zaniolo. Ma la priorità del club è stata quella di evitare di dover cedere big.

L’ultimo accordo è quello che ha portato Andrea Pinamonti al Genoa per 18 milioni: il ragazzo è un ventenne dal grande potenziale, ma ha una sola stagione a buoni livelli in Serie A. Difficile stabilire se il valore è corretto o generoso.

Gli altri club maggiori della Serie A hanno chiuso la stagione 2018-19 con plusvalenze importanti, sempre secondo il Report Calcio anticipato da Repubblica: 113 milioni per la Juventus, 132 milioni per la Roma e 86 per il Napoli.

La strada percorsa dalla Roma

Con l’arrivo della nuova proprietà, nel 2011, la società si è trovata davanti a due strade: abbattere i costi di gestione aspettando molti anni prima che i ricavi aumentassero oppure continuare a investire, mantenendo i costi alti, e colmando la differenza tra spese e entrate con le plusvalenze derivanti dal mercato.

La Roma ha scelto da subito il secondo sentiero probabilmente anche perché pensava che nel giro di pochi anni avrebbe avuto il suo stadio.

Dal 2012 al 2018, la società è passata da costare 187,6 milioni a 303,9 e in questo periodo ha realizzato 340,5 milioni di euro di plusvalenze (al netto delle minusvalenze), secondo i dati annuali della Gazzetta dello Sport.

Si è privata di giocatori importanti, cessioni molto dolorose, ma ha investito in nuovi rinforzi gran parte delle somme incassate dal mercato mantenendo un ottimo livello di competitività (è mancato un trofeo, ma la squadra è rimasta stabilmente tra le prime tre del campionato per cinque stagioni, dal 2013 al 2018) inoltre la proprietà ha conferito nella Roma le risorse necessarie per mantenere alti i costi anche in quelle stagioni nelle quali i ricavi sono stati inferiori.

La dirigenza insomma ha scelto di percorrere una strada diversa da quella dell’Inter e di non ricorrere in maniera massiccia alle operazioni di vendita e riacquisto dei giovani. Se nell’opera di “trading” dei calciatori della prima squadra Sabatini era stato molto abile, Monchi invece ha commesso degli errori, soprattutto un anno fa, mosse che hanno appesantito il bilancio della Roma di costi che ora vanno tagliati.

Per gli opinionisti e i tifosi più critici verso la politica portata avanti dalla società, l’ultima stagione è la conseguenza di un ricambio esasperato che toglie certezze alla squadra, non costruisce una base tecnica solida per il futuro e finisce per far sentire tutti i calciatori di passaggio. Molti romanisti si chiedono cosa succederà tra un anno visto che la società in questa stagione ha avuto bisogno di 132 milioni di plusvalenze per rispettare il fair play finanziario nonostante i ricavi della Champions.

Questa estate sarà importante per capire in quale modo la Roma continuerà a investire e programmare il suo futuro, sperando che la vicenda stadio si sblocchi al più presto. Da una parte c’è la necessità di tagliare gli ingaggi e abbassare i costi, dall’altra c’è l’esigenza di costruire una squadra competitiva per tornare subito in Champions League.

Sarà un’estate lunghissima, soprattutto per Petrachi.

——-

Qualche risorsa interessante sulle plusvalenze:
– Plusvalenze FC
– Nel calcio italiano c’è una nuova bolla?
– I club italiani stanno barando sulle plusvalenze?
– Il regime fiscale dei calciatori professionisti e delle plusvalenze derivanti dalla loro cessione

Iscriviti